La rivincita dei “fuori dal coro”

Ciuffo ribelle platinato. Camminata goffa e irrequieta. Risposta al veleno pronta per essere stoccata. Potremmo immaginarci assomigli a uno degli amici del bar dal tono decisamente estroverso, se non fosse per l’ultima notizia dal Regno Unito: è lui, Boris Johnson, il nuovo premier britannico.

L’uomo che da bambino aveva avvisato tutti di voler diventare il re del mondo, aveva già messo le cose in chiaro quando si era trovato di fronte a una situazione familiare difficile. Un padre infedele, una madre che dalla disperazione passò al Parkinson e 32 cambi di casa in soli 14 anni di vita. Per il giovane talento era solo un allenamento alla vita: vinse una borsa di studio al College di Eton, il più prestigioso di Inghilterra, entrando nel club dei 70 migliori studenti mantenuti dal lascito del 1440 di Enrico VI. Gli scolari del Re, appunto: era il modo più semplice per rubarne i trucchi del mestiere.

La storia di Alexander Kemal, suo vero nome, racconta molto dell’uomo e del politico diventato capo del governo di Sua Maestà, nel periodo più complicato per la Corona dal dopoguerra. Quel ragazzino mezzo sordo e con un totale disprezzo per il politicamente corretto, c’è da scommetterci, farà ancora di tutto per far rizzare i capelli alla regina più di quanto sia riuscito il nipote Harry.

Adesso tocca al nuovo leader dei Tories, che dopo una serie infinita di gaffe afferma che “molto spesso (le gaffe) finiscono per essere la verità senza abbellimenti”. In una politica fatta di facciata, apre con il suo talento ribelle un mondo laterale. Poco importa se dentro o fuori dall’Europa. Lui, che nel carattere e nel ciuffo è spesso associato al suo spettinato collega di oltreoceano, riesce a innovare un meccanismo scarico di fiducia, dandogli nuova linfa, nuova speranza.

Viene da chiedersi allora se questo è ciò di cui abbiamo bisogno o se è meramente ciò che funziona oggi. Sempre se ci sia differenza. Francesca Gino, scienziata comportamentale alla Harvard Business School, inserita tra le 50 pensatrici più influenti al mondo, concentra i suoi studi proprio su questo tema: l’impatto del break the rules nella nostra vita professionale e privata.

Quei colleghi, amici, parenti che complicano decisioni apparentemente scontate e dettate dall’abitudine, che creano caos quando fuoriescono dalla strada che tutti reputano ovvia: sono i Rebel Talent, come dal titolo del suo libro, i talenti ribelli.

Girando il mondo e guardando attentamente all’interno di aziende in settori come moda, tecnologia e persino la ristorazione, Gino si è accorta di quanto, in un mondo così disconnesso e omologato, il talento ribelle è colui che sposta l’ago della bilancia. Permettendo all’azienda di trovare soluzioni innovative, e quindi di prosperare.

La scienziata definisce la pressione dei simili, quella forza che ci spinge a omologarci alle scelte del gruppo seppur non rispecchiano le nostre reali convinzioni. Ci allontaniamo dalla nostra autenticità per seguire la mandria – come pecore, sì – per non subire la pressione di dire le cose come stanno.

Ora pensate quanto di più dannoso ci possa essere all’interno di un gruppo di lavoro se la maggior parte delle persone spostino la loro decisione in funzione di quello che pensa il suo amico. O, ancora peggio, perché prima di lui ha parlato un collega più in alto nella scala gerarchica. Si finirebbe per creare un ambiente politicamente corretto, vero, ma quanto mai scarico, incapace di innovarsi.

Il Johnson della politica e tutti quelli che non hanno paura di andare controcorrente, ragione o torto, ci scuotono e ci strappano dalla nostra zona di comfort. E chissà che forse indichi davvero ciò di cui abbiamo bisogno: un re del mondo autentico, e sia così, “farlo o morire”.