Z Point – C’è maratona e maratona

Nel corso della mia (ormai lunga) vita professionale mi è capitato di trovarmi a lavorare con capi e colleghi che con costanza e caparbietà (e mi auguro anche un po’ di piacere) si preparavano per correre la maratona: ho sempre ascoltato con interesse (e ammirazione) i loro racconti di sedute di allenamento, progressione graduale del numero di chilometri, bisogno di superare i propri limiti. 

Ovviamente non ne ho mai corsa una, figuriamoci adesso che sono a tutti gli effetti una sportiva “passiva” (=fruitrice di contenuti) e quindi ringrazio di cuore i vari broadcaster che acquistano tanti diritti TV per permettere a quelli come me di gioire di una vittoria del campione preferito o semplicemente di vivere davanti a uno degli screen disponibili (dal divano del salotto alla stazione della metro) un momento di astensione dalle incombenze, tra l’altro mica tutte piacevoli, della vita quotidiana. A parte le bocce, il biliardo e la boxe (sarà l’iniziale “b”?) guardo tutto, anche se non ci sono italiani a giocarsela! 

Fonte: Depositphotos

E visto che si parla di sport, anche io, nel mio piccolo, di maratone ne faccio almeno 3 all’anno (certo, seduta su una sedia o su una poltrona però tutte concentrate in una settimana) assistendo alla presentazione dei palinsesti televisivi d’autunno. Da quando ho iniziato a seguire i media (parlo di quasi due decenni fa) questi appuntamenti, non hanno mai “tradito” il loro DNA. Certo cambiano i luoghi (ma ce ne sono di rituali come Cologno o il Four Season), i vertici delle società (ma mica tutti, se si tratta di aziende familiari), i conduttori (quando ci sono), sicuramente le strategie (che hanno dovuto interpretare nuovi consumi e pubblici), i modelli di business (sempre più verso una dimensione di media company, anche fuori dai confini nazionali), l’offerta di contenuti (sempre più multipiattaforma e incentrata su fiction, intrattenimento, informazione e sport), ma non la formula: eventi che dalle 2 ore minimo si estendono a 3, 4 se non 5 ore (in barba ai trattati scientifici che ci dicono che l’essere umano ha una capacità di attenzione massima che oscilla tra i 30 e i 50 minuti). 

L’elenco dei programmi che viene sciorinato è talmente lungo che non ha nulla da invidiare alle Pagine Gialle: è una gara a chi ne lancia di più scambiando la platea della stampa con quella degli investitori pubblicitari. Tutti sono primi in qualcosa: share nelle 24 ore o nel prime time, sul target commerciale o su quello alto-spendente, tutti i programmi bandiera crescono negli ascolti da un anno all’altro in controtendenza con un possibile effetto repetita secant.
E, ahimé devo ammetterlo, nello spazio del Q&A, il monito “per favore una domanda a testa” viene quasi sempre disatteso: le domande diventano 2, 3, 4 e alcune hanno un po’ il sapore del teatrino dal quale “bearsi” dell’ipertrofico io insito nella categoria di cui faccio parte.

Quello che anche quest’anno ho “portato a casa” sono la piacevolezza delle relazioni, la possibilità di fare un approfondimento giornalistico da stampa specializzata (ma rigorosamente a margine, quindi alle 3 di pomeriggio o alle 11 di sera con lo stomaco che grida vendetta!), l’impareggiabile ospitalità di Rai Pubblicità e Mediaset, la cura del racconto di Sky e, perché no, anche la possibilità di fare “incontri ravvicinati” con qualche personaggio popolare e famoso, per scoprire che non se la tirano tutti.

Le presentazioni dei palinsesti le considero metafore di vita e di disciplina interiore, proprio come le maratone vere. Quindi, lo confesso, ho già iniziato il countdown verso gli appuntamenti 2027 e non mi aspetto che cambierà il format di esposizione. È così, prendere o lasciare. E io prendo perché, citando Aldo Rock, “non sono i maratoneti a fare le maratone, sono le maratone a fare i maratoneti”.

Segui la diretta di:

Latest news