Istat: gli shock globali frenano la crescita, migliorano i conti ma restano ritardi e divari

(Adnkronos) –
L’Italia cresce, ma cresce piano. E’ il bilancio che fa l’Istat nel rapporto annuale 2026, che descrive l’intero panorama socio-economico del Paese, le sue reazioni agli urti esogeni e alle fragilità strutturali che lo caratterizzano. Nell’immagine restituita dal rapporto si legano a doppio filo i cambiamenti dei paradigmi geopolitici, che determinano una sistematica incertezza delle prospettive economiche globali
che frena la crescita e allenta le maglie in cui era stata imbrigliata l’inflazione, e la grande questione dell’inverno demografico.  

Nel corso del 2025 l’economia ha mostrato un’espansione solida ma disomogenea, trainata dagli Stati Uniti e dalle economie emergenti, a fronte di una dinamica più debole dell’Unione europea. E per i mesi a venire, le prospettive restano incerte, condizionate dall’inasprimento delle tensioni geoeconomiche in Medio Oriente e dal conseguente rialzo dei prezzi dell’energia, che alimentano i rischi al ribasso per la crescita globale. In Italia, infatti, l’attività economica rallenta rispetto al biennio precedente: il pil italiano nel 2025 si è attestato al +0,5 per cento sostenuto dalla domanda interna, per 1,5 punti percentuali, e dagli investimenti, aumentati del 3,5 per cento sulla spinta delle costruzioni (+1,7 punti percentuali) e degli impianti e macchinari (+1,2 punti percentuali), ma con un contributo della domanda estera negativo di 0,7 punti. Un dato, questo, superiore al +0,2 per cento della Germania ma “sensibilmente inferiore” al +,0,9 per cento della Francia e al +2,8 per cento della Spagna. Non stupisce, dunque, che le previsioni del 2026 traccino un ritmo simile, legato al “peggioramento clima di fiducia soprattutto dei consumatori, fortemente condizionato dagli shock globali”. Il rialzo dei prezzi dell’energia (+9,3% ad aprile), a partire dal petrolio che ad aprile ha toccato i 120 dollari al barile, mette sotto pressione l’inflazione, che pure nel 2025 è rimasta a 1,6 per cento (su tassi inferiori alla media dell’Eurozona del 2,1 per cento), rischiando di pesare sul potere d’acquisto delle famiglie. L’analisi settore per settore conferma andamenti alterni, con i servizi, in aumento dello 0,3 per cento, e le costruzioni che crescono del 2,4 per cento, sostenute dal Pnrr, e la manifattura che invece ha continuato a mostrare segnali di debolezza, con una flessione dello 0,3 per cento (eccetto comparti estrattivo, +9,3 per cento, ed energetico, +6,5 per cento).  

In questo scenario, migliorano però i conti pubblici, sostenuti dall’incremento dell’avanzo primario, in aumento allo 0,8 per cento del Pil, e dalla spesa per interessi stabile al 3,9 per cento. L’indebitamento netto cala al 3,1 per cento del Pil (dal +3,4 dell’anno precedente), a fronte di un deficit dell’area euro del 2,9 per cento. Il rapporto debito/Pil si attesta al 137,1 per cento, restando però il secondo valore più elevato nell’area euro dopo quello della Grecia (+146,1 per cento) e superiore alla media europea (+87,8 per cento). La pressione fiscale, intanto, “aumenta al 43,1 per cento, sospinta dal dinamismo di Ires e Iva, mentre l’Irpef segna una netta riduzione. In parallelo i contributi sociali aumentano di oltre 27 miliardi”. 

Anche il mercato del lavoro mostra luci e ombre: se da un lato ha proseguito la fase di espansione, caratterizzata da un aumento dell’occupazione stabile e da una riduzione della disoccupazione e dei Neet, restano i ritardi nel tasso di occupazione rispetto alla media europea e i gap strutturali che riguardano donne, giovani e lavoratori del Mezzogiorno. Nel 2025 l’occupazione ha segnato un +0,8%, manifestando però un progressivo rallentamento rispetto ai tassi di crescita del biennio precedente e restando ancora inferiore rispetto a Francia (+6,4 per cento) e Spagna (+12,6 per cento). Il tasso di occupazione arriva quindi al 62,5%, quello di disoccupazione cala al 6,1% (e +5,2 per cento a marzo 2026). Tuttavia, l’Istituto segnala anche come, a trainare questa crescita, siano gli over 50, che negli ultimi sei anni hanno visto crescere il proprio tasso di occupazione di oltre cinque punti percentuali, contro i 3,7 punti delle fascia 35-49 anni e i 2,2 punti degli under 35.  

Non solo: dalla fotografia scattata dal rapporto Istat emerge un mercato azzoppato da “notevoli divari di genere”: nel 2025, circa la metà dell’occupazione femminile è concentrata in appena 17 professioni mentre la metà di quella maschile è concentrata in 43 professioni. Inoltre, le donne, in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retribuitivi più bassi rispetto ai colleghi maschi: la mediana è di oltre 2 mila euro inferiore, se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8 mila euro se la lavoratrice è vulnerabile. Anche tra i lavoratori occupati nel Mezzogiorno si registrano sistematicamente retribuzioni inferiori rispetto ai lavoratori del Centro-Nord: i lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5 mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno, che hanno una probabilità doppia di percepire una bassa retribuzione oraria (3,2 contro 1,5 per cento). 

Non accennano a migliorare le prospettive di un imminente inverno demografico. Gli ultimi dati mostrano una popolazione residente in Italia che, al 1° gennaio 2026, conta 58,9 milioni di individui, con un tasso di crescita prossimo allo zero, seppure in miglioramento rispetto al biennio precedente (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023). Con un numero di nascite inferiore ai decessi, il saldo naturale nel 2025 continua a essere negativo (-296mila) e la popolazione complessiva si mantiene stabile grazie a un saldo migratorio positivo che compensa quello della dinamica naturale. Il processo di progressivo invecchiamento della popolazione favorisce peraltro l’aumento della quota di popolazione affetta da multi-morbilità, cioè con almeno due malattie croniche. Il carico di malattia e di perdita di autonomia si concentra nei gruppi socio-economicamente svantaggiati, maggiormente esposti a condizioni più sfavorevoli nel corso della vita. In questo contesto, il confronto tra finanziamento effettivo del Servizio sanitario nazionale e bisogno potenziale di assistenza evidenzia “un’allocazione regionale delle risorse non sempre coerente con le condizioni di salute della popolazione residente”, sottolinea l’Istat. Alcune regioni, infatti, ricevono una quota di finanziamento inferiore a quello medio nazionale, pur avendo livelli di popolazione in condizioni di multi-cronicità superiori. È il caso, ad esempio, della Calabria e della Basilicata che presentano il mismatch maggiore (mentre alcune regioni ricevono un finanziamento più elevato, nonostante una prevalenza di multi-cronicità inferiore alla media, circostanza che si riscontra in maniera evidente per la Provincia Autonoma di Bolzano). 

Anche uscendo dal perimetro del Ssn, le disuguaglianze economiche rimangono marcate. Nel 2025, in Italia, la popolazione a rischio di povertà è pari al 18,6 per cento del totale (11 milioni di individui). Un dato che, restando stabile rispetto al 2024, “conferma la persistenza di un’area di vulnerabilità economica ampia e strutturale all’interno del Paese”. E l’incidenza è più che doppia per chi vive in famiglie con almeno un componente straniero (33,7 contro il 16,6 delle persone in famiglie di soli italiani). Le variabili che incidono maggiormente su questa condizione di vulnerabilità sono il titolo di studio, la professione e la cittadinanza, che si conferma una determinante cruciale della condizione economica, evidenziando la maggiore fragilità dei cittadini stranieri: le famiglie composte solamente da stranieri presentano l’incidenza di povertà assoluta più elevata (35,2 per cento). 

A pesare sul ‘portafoglio’ di individui e famiglie, sono anche due voci in particolare: la casa e i servizi energetici essenziali. Nel 2025, le spese per l’abitazione rappresentano un onere economico pesante per il 35,9 per cento degli individui e il 22,4 per cento riferisce di arrivare alla fine del mese con difficoltà o grande difficoltà. Sul fronte della povertà energetica, definita come l’impossibilità per un nucleo famigliare di accedere a servizi energetici essenziali, nel 2024 è pari al 9,1 per cento, in aumento rispetto al biennio precedente (era 7,7 per cento nel 2022 e 9,0 per cento nel 2023), con valori più elevati a Sud e nelle isole.  

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