La Rivoluzione Analogica – Lo Stato? Non esiste e se esiste è solo un brand

La politica è simbolica, fatevene una ragione. I gruppi politici, le loro gerarchie dipendono esclusivamente da un’attività simbolica. La realtà politica stessa è sempre costruita partendo dai simboli, e questi simboli non solo veicolano contenuti cognitivi, ma suscitano anche risposte emotive. Vale a dire, i simboli, oltre a definire il profilo del mondo politico, determinano anche la nostra valutazione.

Le unità fondamentali della vita politica: nazioni, gruppi etnici, partiti, le cariche di Primo Ministro, di Presidente e di Sovrano – sono tutti prodotti simbolici.

“Presidente del Consiglio” ad esempio è una complessa costruzione simbolica distinta da chi ricopre il ruolo. L’elemento centrale della politica mondiale è frutto di simbologia – l’idea che il mondo sia nettamente diviso in una serie di Stati mutuamente esclusivi, e che ogni individuo possa essere considerato come appartenente a questo o a quello Stato – è parte integrante di questa costruzione simbolica della realtà.

“Lo Stato è invisibile; deve essere personificato per poter acquistare visibilità, simbolizzato per poter essere amato, immaginato prima di poter essere concepito”, osservava il filosofo Michael Walzer.

In poche parole, i confini, le nazioni, i gruppi, le bandiere sono parto di una simbologia complessa e antica. Aggiungo: superata. Provate a immaginare i Paesi come un brand, i partiti come dei sub brand, i cittadini di qualunque colore, etnia, religione come “nati sotto un marchio, una stella, una bandiera”.

In realtà, nell’età in cui non hai coscienza dell’appartenenza a un territorio o a un gruppo la cosa è totalmente irrilevante. Quindi per esistere ed essere rilevante devi impossessarti di un simbolo e a tua volta esserne posseduto.

Oggi, nell’epoca dei segni hai bisogno di una simbologia di appartenenza: gli ombrelli nella protesta di Hong Kong, i “Gilets Jaunes” e le maschere di Joker in Francia, i Forconi e le Sardine in Italia e così via cantando.

Insomma, il simbolo diventa espressione di un manifesto che sempre più raramente viene verbalizzato, anche perché la parola è divisiva mentre il simbolo è coesivo. Sparisce la matrice ideologica e appare sempre più pesantemente una matrice visuale, un brand, un segno, un simbolo. Ergo: più ci arricchiamo di simboli, più perdiamo di vista i contenuti.

Alzi la mano chi si ricorda perché hanno protestato in Spagna con la maschera di “V per Vendetta”, ma soprattutto quand’è che quel simbolo ha perso valore.

Ve lo dico io, ha perso valore quando il simbolo ha perso riconoscibilità mediatica a causa della mancata espressione dei suoi contenuti. In una politica che si fa simbolo di un’idea all’interno di un simbolo con confini fisici, il contenuto teorico si annulla.

Quindi, in questo Paese in cui “il simbolo”, “la paura”, “il populismo” e il perpetuarsi della classe politica hanno come unico obiettivo il perpetuarsi della classe politica stessa, perché non mettere in moto un pensiero laterale nell’interesse di tutti, della collettività.

Assumiamo dei buoni governanti freelance. Peschiamoli tra gli ex borgomastri tedeschi, tra i parlamentari danesi. Secondo me con l’importazione di una buona classe dirigente abbiamo qualche possibilità in più di futuro.

Gianfranco Moraci. Sono siciliano e faccio il copywriter. Non facciamone un caso.
Lavoro e ho lavorato per agenzie di comunicazione nazionali e multinazionali, ma anche come consulente di comunicazione freelance per aziende italiane, internazionali ed Enti Pubblici.
Attualmente sono nomade tra Milano, Roma e la Sicilia. Mi alterno tra la coltivazione dell’orto e il terziario avanzato; tra la raccolta delle melanzane in campagna e le campagne per nuovi e vecchi media in città.
Ho lavorato a campagne internazionali e a Roma ho diretto il reparto creativo di importanti agenzie nazionali e internazionali.
Attualmente sono stato accolto amorevolmente da Milano e spero che possiate divertirvi a leggere le mie inutili divagazioni accolte dagli amici di Touchpoint.