La rivoluzione analogica – Non smontate quel biliardo, è social

Finita la mia settimana lavorativa in agenzia lascio Milano e torno in Sicilia. È faticoso, ma è anche un privilegio trascorrere tutti i fine settimana tra i pedali, il mare e la campagna. Sì, perché in realtà – prima che pubblicitario, copywriter, comunicatore – sono un cicloamatore, campagnolo e agricoltore…qui la battuta è facile: “braccia restituite all’agricoltura”.

©Christian Wiediger on Unsplash

Abitualmente faccio un centinaio di chilometri nel fine settimana il che mi porta a fare una sosta nei piccoli bar di paese. Non solo paese – paese siciliano – non solo siciliano – ma piccolissimo paese sperduto siciliano. Qualche domenica fa sono arrivato al bar Milione dove ho scoperto che hanno smontato il biliardo. L’enorme salone che fa da anticamera al cesso più usato dai ciclisti che battono la settentrionale sicula era enorme e vuoto.

Avrei preferito un morto disteso nella sala. I pezzi del biliardo stavano aspettando chi doveva prelevarli per montare quel monumento dentro una casa. A uno dei due fratelli proprietari del bar ho chiesto: “Perché?”. Mi ha risposto: “Non ci gioca più nessuno… i ragazzi ormai si siedono al tavolino con il telefonino. Non ci giocano più… c’hanno facebook…twitter…i social”. 

Scusatemi, ma c’è niente di più social del biliardo? Sapere che il biliardo c’è dà già un senso al suo essere stanziale nel bar. Un tavolo da biliardo non è solo bello, ma significa che esiste (o che è esistito) in quel bar un sistema di vita complesso di intrattenimento e socializzazione. Un vero e proprio “ecosistema” irriproducibile altrove, con protagonisti esclusivi. 

Ti dice che c’è un pezzo di vita antica che puoi recuperare quando vuoi. Una specie di spazio sospeso. Non so se hai presente il rumore del biliardo. È uno dei suoni più belli che puoi sentire in un bar assieme a quello del flipper. Neppure lontanamente paragonabile ai suoni delle notifiche delle app. Magari sarà vero che non ci giocano più gli anziani e quelli della mia generazione, ma i giovani devono recuperarlo. Il modello di gioventù della pubblicità attuale ci propone giovani che al massimo della trasgressione si fanno un tatuaggio, bevono uno spritz e guidano un fuoristrada tra gli sguardi ammirati di giovani anoressiche.

Faccio appello alla gioventù, quella sensata. Quella che fuma, beve e adotta un sano stile di vita malsano. Sapevo che era giustificata la mia preoccupazione quando ho conosciuto i primi giovani vegani, astemi, palestrati che non fumano e non si drogano. Ancora peggio, quello stereotipo di gioventù lo proponiamo in comunicazione come modello virtuoso.

Iniziando dall’advertising, per favore, riproponiamo una gioventù vera e che rischia l’estinzione. Diamo spazio alla gioventù provando che può esistere ancora al di fuori dai “consumi giovanili”. Se fossi un produttore di birra o di qualunque altro alcolico inizierei a prevedere come cadeau o oggetto promozionale un bel biliardo da bar.

Facciamo vedere dei giovani veri che si radunano attorno a un biliardo, così come succedeva negli anni ‘60 e ‘70, quando l’umanità era poco sana e anche meravigliosa. Quando entravi nei bar e venivi accolto da una coltre di fumo e di urla di persone poco discrete. Da una piccola gang di personaggi folcloristici. Una vera e propria tappezzeria fatta d’umanità. Oggi, in questa tomba civile di nuovo bacchettonismo, di gente sana e senza vizi, poco rumorosa e molto noiosa, ci si annoia molto di più (anche se con lo Spritz in mano).

Quando fate uno script o scrivete un headline, immaginate il vostro o la vostra protagonista come una persona giovane e vera – veramente. Quindi rimontiamo i biliardi nei bar. Questo trend hipster, bacchettone e sano ci ha portati all’assenza della gioventù anche nella comunicazione dedicata ai teen ager e last but not least, all’assenza del biliardo persino al Bar Milione. E poi…. “punk’s not dead…rock’n’roll never die…live fast die young”.

Eddai, sù.

Sono siciliano e faccio il copywriter. Non facciamone un caso.
Lavoro e ho lavorato per agenzie di comunicazione nazionali e multinazionali, ma anche come consulente di comunicazione freelance per aziende italiane, internazionali ed Enti Pubblici.
Attualmente sono nomade tra Milano, Roma e la Sicilia. Mi alterno tra la coltivazione dell’orto e il terziario avanzato; tra la raccolta delle melanzane in campagna e le campagne per nuovi e vecchi media in città.
Ho lavorato a campagne internazionali e a Roma ho diretto il reparto creativo di importanti agenzie nazionali e internazionali.
Attualmente sono stato accolto amorevolmente da Milano e spero che possiate divertirvi a leggere le mie inutili divagazioni accolte dagli amici di Touchpoint.