Officina Talenti – Diario di un Millennial: cosa voglio dai brand

Alec Conti

Siamo, noi Millennials, la prima generazione ad aver subito il passaggio alla multicanalità dei messaggi pubblicitari.

Mentre prima il tubo catodico della televisione o il flusso della radio diffondeva messaggi idonei ai più, oggi siamo in grado di ricevere messaggi che si modellano in funzione delle nostre scelte, agli interessi che dimostriamo, alle caratteristiche demografiche di ciascuno. Pazientate, per i pensieri: ci vorrà ancora un po’.

Il cambio di paradigma che viviamo ogni giorno finisce per diventare la normalità, mentre ha effetti permanenti sul nostro modo di approcciare questi messaggi. E i brand che li producono. Mentre il messaggio diventa onnipresente, costringendoci in una morsa senza tregua – con soluzioni “definitive” e guide da “3 step per fare successo” – il brand riesce forse ad avere finalmente il proprio momento di gloria.

È forse arrivato il tempo in cui può salvarci dal marasma di input nella nostra bolla millesimata al “like”. Salvarci, perché se per corrompere gli algoritmi è sufficiente un budget d’asta più o meno variabile, le persone non si comprano. Almeno quando si tratta di sorprenderle (spontaneamente, si intende). Succede quindi che tra un’infinità di post autocelebrativi e sponsorizzati dei guru più felici del mondo, la patologia da dito-scroll automatico si arresta per un istante. Per un attimo ripiombiamo nella sfera dell’attenzione in cui le cose si percepiscono e apprezzano.

Un caso, il più recente, riguarda Nutella e il suo vasetto colorato che fa il giro del mondo alla ricerca del suo simile. Unico al mondo, come il mito dell’anima-gemella che ha ingolosito – senza neanche essere stappato – gli ultimi romantici rimasti. Un ritorno alle cose semplici, genuine, ai sogni rubati e troppo spesso bistrattati dalla superficialità da social network. La bibita Fanta, attraverso una magistrale collaborazione tra la sua agenzia pubblicitaria Ogilvy Brasil e il partner tecnologico Gameloft, arriva ai giovani sfruttando uno dei trend più potenti, il videogame, e il riconoscimento della voce.

In mezzo il tono di voce di un brand che dal 2016 ha iniziato la sua inarrestabile risalita verso la conquista di un target che ragiona in modo differente, che ha voglia di divertirsi e di produrre. Noi Millennials, quindi. Da giovanissimi della Generazione Z sappiamo detestare l’advertising tanto quanto sappiamo amare un brand che dimostra di conoscerci, nel profondo.

E oggi per i brand è possibile riuscirci, se hanno quantità di dati capaci di tracciare fedelmente le nostre abitudini e i nostri interessi. Senza perdersi un loro mutamento nel tempo.  Niente scuse, ma tanta voglia di salvarci dalla noiosità degli spazi digitali. Che sebbene non possano fare a meno anche della fuffa pagante, sono ancora in grado di sorprenderci. 

Viva la pubblicità insomma, quella vera.

 

UNIlancer (www.unilancer.it) è la piattaforma che permette alle aziende di collaborare con i migliori talenti dalle Università d’Italia