Arde Bogotá: “Parliamo con il rock. Måneskin? Magari ci chiamano…”
(Adnkronos) – Nel pieno di una nuova ondata rock europea, qualcosa si muove anche oltre l’asse anglofono. E se in Italia il rock è tornato a parlare a un pubblico globale, in Spagna c’è una band che sta ridefinendo l’immaginario della propria generazione: gli Arde Bogotá. Partiti da Cartagena, Antonio García, Dani Sánchez, Pepe Esteban e Jota Mercader hanno costruito in pochi anni un’identità tutta loro. Dai primi passi con ‘El tiempo y la actitud’ fino al successo di ‘La noche’ e al consolidamento definitivo con ‘Cowboys de la A3’, il loro percorso è stato una continua accelerazione. Reduci dalla data al Fabrique di Milano, con ‘Instrucciones’, primo singolo del loro terzo album prodotto da Joe Chiccarelli negli iconici EastWest Studios di Los Angeles, la band alza ulteriormente la posta. E all’AdnKronos la band racconta questo periodo fortunato: il nuovo disco, la sua energia più ‘rock’, il bisogno di mantenere un suono umano in un’epoca sempre più artificiale e, perché no, il desiderio di incrociare la propria strada a quella dei Måneskin.
‘Instrucciones’ è un assaggio del vostro disco imminente, nel quale si respira una tensione continua. È qualcosa che nasce dal vostro vissuto personale o dal clima che si respira nel mondo?
“Entrambe le cose. Scriviamo sempre a partire dall’esperienza personale, perché crediamo sia il modo più onesto di fare musica. Però i temi affrontati nel disco sono anche quelli che vediamo nelle notizie, nei nostri amici, nelle persone della nostra generazione. Questa sensazione di solitudine che si diffonde è molto comune oggi. Non è strano quindi che emerga anche nelle nostre canzoni, perché è qualcosa che colpisce molte persone intorno a noi.
Avete registrato agli East West Studios con Joey Chiccarelli. Quanto ha influenzato l’atmosfera di Los Angeles il disco? Vi siete sentiti parte di una certa mitologia rock?
“Non proprio. È stato più un ‘studio, studio, studio… burrito, studio, studio’. Otto giorni su sette. Non è stato tipo ‘andiamo su Rodeo Drive’. Anzi, quasi il contrario: a volte pensavamo ‘mi manca mia madre’. Certo, percepivi l’atmosfera, il clima – sempre sole, sempre caldo -e la voglia di andare al mare o prendere un caffè. Ma più di tutto, Joey ci ha dato qualcosa nel suono che non avremmo raggiunto senza di lui. Si sente una sorta di ‘marchio’ legato alla scena di Hollywood e alla sua esperienza. Non era intenzionale, però è presente. È come quando ti regalano un libro: ti immergi completamente, ma solo mentre lo stai leggendo. A livello di suono, la canzone ha più ‘East West Studios’ che Los Angeles”.
‘Instrucciones’ ha un’anima molto fisica, sembra più duro ma anche più epico. Il disco in arrivo è il più ‘rock’ che abbiate mai fatto? E soprattutto cosa dobbiamo aspettarci da questo album?
“In parte sì. In alcuni momenti è il più rock che abbiamo fatto, in altri no. Ci sono anche canzoni più intime e profonde, perché fa parte di noi. Però i brani più energici sono sicuramente più rock. Questo dipende anche dal fatto che ormai ci conosciamo meglio, abbiamo suonato molto dal vivo e abbiamo registrato insieme in una grande sala. Anche la produzione agli East West Studios ha cambiato molto. Non siamo completamente diversi da prima, ma si sente che abbiamo più personalità e che la produzione ha fatto un grande salto”.
In un’epoca dominata da playlist veloci e contenuti usa-e-getta, fare rock oggi che significato ha per voi?
“È una via di mezzo tra qualcosa di rivoluzionario e qualcosa di ‘vecchio’. Però, onestamente, è semplicemente il nostro modo naturale di esprimerci. È la musica che abbiamo sempre ascoltato, che abbiamo sempre amato. Non lo facciamo per ribellione o nostalgia: è il nostro linguaggio”.
Oggi la musica sembra spesso molto ‘perfetta’, molto filtrata. Vedete una nuova scena rock europea che sta tornando ad avere identità e personalità forti, fuori dal dominio angloamericano?
“È qualcosa su cui abbiamo riflettuto molto. Da un lato, l’identità: cosa possiamo fare che solo quattro ragazzi di Cartagena possono fare? Ci ispiriamo alle band anglosassoni, certo, ma cosa possiamo aggiungere noi? La risposta sta nelle radici: nel luogo da cui vieni, nel folklore, nella musica che ascoltavi da piccolo. Abbiamo cercato di creare qualcosa di contemporaneo ma anche spagnolo, senza cliché, o almeno usando i cliché in modo consapevole. Abbiamo anche parlato molto di intelligenza artificiale durante la lavorazione del disco. Volevamo un suono umano: quattro persone che suonano insieme in una stanza, con emozioni reali. Questa è stata una parte fondamentale del nostro processo creativo”.
Il rock storicamente nasce come linguaggio di ribellione. In un mondo anestetizzato dalle notizie continue, credete che la musica possa ancora scuotere davvero le persone?
“A volte sì, altre volte sembra tutto inutile. Ci sono canzoni che ti fanno pensare che possano cambiare il mondo… e poi non succede. Forse l’obiettivo non è cambiare il mondo ma la persona accanto a te. Se riesci a comunicare con chi ti sta vicino, è già tanto. La musica può accendere una piccola scintilla, farti riflettere sulla tua vita o su ciò che succede intorno a te. E da quelle piccole scintille possono nascere cambiamenti più grandi. È difficile, ma è già importante far pensare.
Avete sempre citato influenze molto diverse tra loro, dai Foo Fighters agli Arctic Monkeys, fino a Dua Lipa e artisti simbolo della musica spagnola come Héroes del Silencio. Oggi, però, quali sono gli artisti che stanno davvero influenzando il vostro nuovo sound? E figure come Rosalía rientrano nel vostro radar creativo, magari per il modo in cui riescono a reinventare la musica spagnola contemporanea?
“Sì, Rosalía è stata citata più volte mentre lavoravamo al disco. Anche i Queens of the Stone Age sono stati molto importanti per noi in questa fase. Abbiamo parlato molto anche di Camarón e dell’influenza del flamenco e della musica tradizionale spagnola sulla nostra identità. Con il produttore abbiamo ascoltato band come i Triana, che mescolavano rock progressivo e musica andalusa: è stato incredibile riscoprirle insieme. Abbiamo anche preso ispirazione dalla scena spagnola attuale, da artisti che mescolano tradizione e contemporaneità. Tutto questo ha influenzato il nostro suono”.
In Italia state costruendo una fanbase sempre più forte. Cosa vi colpisce del pubblico italiano rispetto a quello spagnolo?
“Non ci siamo stati abbastanza per dirlo davvero, ma sappiamo che sempre più persone ci ascoltano in Italia. Forse per la vicinanza linguistica e culturale, o perché qui c’è ancora un forte amore per la musica. Quando il pubblico entra nei testi e li capisce davvero, si crea una connessione profonda. Succede anche a noi con canzoni in altre lingue.
L’Italia è molto legata alla tradizione cantautorale. Come si inserisce una band come voi in questo contesto?
“Quando le persone traducono e comprendono davvero i testi, riescono a sentirli vicini. Questo tipo di coinvolgimento va oltre lo stile musicale”.
Ci sono artisti italiani con cui vi piacerebbe collaborare?
“In passato abbiamo parlato dei Måneskin: sono stati molto importanti per la scena europea. Perché, in qualche modo, tramite Sanremo ed Eurovision, e anche X-Factor, sono riusciti a raggiungere tantissime persone, mostrando che il rock può ancora arrivare al grande pubblico. Ci piacciono anche artisti come Eros Ramazzotti, e in generale ci interessa molto quello che succede in Italia. Diciamo, il nostro è un appello rivolto ai Måneskin…” (di Federica Mochi)
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