Campuseros “da assalto” per aziende che credono nel futuro

 

Milano può essere invasa anche nell’ultimo weekend di fine luglio. C’entra ancora il talento, se a piombare in città sono stati tantissimi Campuseros: circa 4000 i partecipanti, con intorno una ben più ampia platea di interessati all’innovazione.

Ora questi Campuseros sono rientrati nelle loro case sparse in ogni angolo d’Italia, di ritorno dall’esperienza di innovazione e creatività più grande al mondo, il Campus Party. Arrivato alla sua terza edizione, l’evento ha rispettato le attese, invitando sul palco niente di meno che Sit Tim Berners-Lee, colui che 30 anni fa inventò il web. E che oggi vede la sua creatura così tanto diversa da come lui la concepì.

Ai veri Campuseros, quelli che hanno scelto di alloggiare nelle tende predisposte all’interno del campus vivendo un’esperienza immersiva a tutto tondo tra tecnologia, robotica, gaming, scienza, imprenditoria, e a tutti gli altri, me compreso, il pioniere della rete lancia la sfida: “quale web volete costruire?”.

Ma non è l’unica. Ce ne sono, di sfide, altrettanto stimolanti tra giovani talenti, che nei vari CPhack lanciati da aziende del calibro di Nexi, P&G, Illimity, per citarne alcune, hanno avuto 30 ore di tempo per preparare un progetto di valore e convincere la giuria. Bello anche questo, soprattutto per le aziende.

Oltre alle challenge, molti sono stati i workshop. Riuniti in un gruppo di lavoro e guidati dai bravissimi ragazzi del Youth Hub di Catania, abbiamo ricostruito il customer journey di un utente in tutte le fasi della sua partecipazione al Campus Party.

Prima, quando per ritirare i propri biglietti sul sito dell’organizzatore la pratica per molti non era poi così chiara. Durante, quando per molti le uscite erano mal segnalate. Dopo, quando al termine dell’evento avremmo dovuto ricevere un questionario di valutazione sull’esperienza. Perché in fondo, Berners-Lee a parte, tutto è migliorabile.

Al termine del formativo lavoro di gruppo, non ho resistito dal fermarmi a chiedere più informazioni sull’attività di questi ragazzi, universitari come me. In quella mezz’ora avevano posto le basi per rendere l’esperienza del Campus Party 2020 molto migliore di quella che stavamo vivendo. Vi assicuro infatti che nell’analizzare i touchpoint – e giuro che non è pubblicità occulta alla rivista che ci ospita – tra partecipante e organizzatore, nel maggior parte dei casi l’esperienza dell’utente veniva messa a dura prova. Dettagli, ovviamente. Minuscoli per i più e tanto grandi per noi, millennials e oltre, vissuti con tecnologie perfette e capaci di non farci aspettare una e-mail di conferma, o incapaci di dimenticarsi la geolocalizzazione delle porte.

Dettagli, ancora, mai così importanti quando su larga scala impattano migliaia di persone, che vi assicuro se ne sono accorte.

Una cosa che mi sono portato via dal workshop: quanto sarebbe importante per un imprenditore avere lo sguardo di alcuni giovani, disinteressato come in questo caso, sui propri processi? Visti da un occhio esterno, distaccato, privo da pressioni, tipicamente curioso di un giovane che mai come oggi fruisce informazioni e modella la sua visione quotidianamente.

Diamo spazio ai giovani di dire la propria agli imprenditori, su ciò che vedono dei loro prodotti e servizi. Ben venga se serve a migliorarli, no? Ma cerchiamo anche di riconoscergli il giusto valore. Perché ciò che crea valore per l’azienda non sta nei limiti di contest di brand awareness, né di workshop realizzati grazie all’entusiasmo di giovani volontari (chapeau) giunti dalla Sicilia con tanto da dare ai presenti.

Rendiamo la contaminazione e il confronto con i giovani un’occasione quotidiana, indipendente dagli eventi dei grandi numeri e dai riflettori puntati addosso. Il Campus Party fallo a casa tua, caro imprenditore, ogni giorno. Hai 4000 promesse che i tuoi ospiti verranno a trovarti più volentieri.