Agricoltura, la Cia lancia l’allarme: “Prezzi invariati da 40 anni, produttori e consumatori in ginocchio”

(Adnkronos) – L’agricoltura italiana è in crisi. Nonostante un 2025 da record con un export di 73 miliardi e un’elevata qualità dei prodotti i costi di produzione sono scoperti. “C’è una forte discrasia. Le esportazioni e l’agroalimentare vanno molto bene, ma agricoltori e aziende sono in ginocchio” avverte il presidente di Cia – Confederazione Italiana Agricoltori -, Cristiano Fini, intervistato dall’Adnkronos.  

Il prezzo dei prodotti agricoli è crollato, mentre sono schizzati alle stelle i costi di produzione. L’esempio più eclatante riguarda la filiera del grano. I prezzi sono invariati da 40 anni, mentre i costi sono aumentati in maniera esponenziale, causati da un clima sempre più instabile e un apprezzamento dei fertilizzanti. La situazione colpisce tutti: “Si hanno gli anelli più deboli della filiera, consumatore e produttore, che pagano un prezzo molto alto”. Il prezzo del grano duro è attorno ai 24 euro per quintale, 21 euro per il grano tenero, ma si tratta “del prezzo che veniva pagato 40 anni fa” evidenzia Fini. Una situazione che vale per i cereali, ma anche per molte altre filiere, come quella dell’olio d’oliva che ha visto le proprie quotazioni dimezzarsi, o per riso e miele. Resistono le nicchie, come quella del Parmigiano Reggiano o la produzione di prosecco. Soffre anche l’ortofrutta: il caldo estremo delle ultime settimane ha portato diversi problemi: “Fa troppo caldo – taglia corto il presidente -. Si produce meno latte nelle stalle, la maturazione della frutta avviene tutta contemporaneamente e si va ad accavallare ad altre produzioni che provengono dall’estero”. 

A buttare ulteriore benzina sul fuoco è la situazione in Medioriente che ha influenzato i costi di trasporto e l’approvvigionamento delle materie prime per i fertilizzanti. L’andamento dei prezzi sul mercato interno evidenzia un forte paradosso: nonostante il recente e marcato calo del greggio, il prezzo del gasolio agricolo e dei fertilizzanti ha registrato solo lievissime flessioni. “Sapevamo che sarebbe stata una discesa molto più lenta rispetto a quella del petrolio, ma assistiamo a un crollo dei prezzi dei prodotti agricoli di fronte a un aumento importante dei costi di produzione” fa notare Fini. I costi di produzione restano scoperti e gli agricoltori lavorano in perdita. “Mentre in tutte le altre filiere, di fronte all’aumento dei costi di produzione, aumenta anche il prezzo finale, il nostro è l’unico settore dove ciò non succede, anzi avviene il contrario”, confermando una profonda sperequazione della catena del valore. Il profitto dell’agroalimentare si concentra così nelle mani di pochi intermediari – gli operatori della logistica, industriali e commerciali – lasciando ai produttori l’intero rischio d’impresa. Fattori che influenzano un’annata buona dal punto di vista qualitativo e delle rese, ma che mette alle strette i produttiri: “Chiunque vada a parlare con gli agricoltori nelle campagne non ne sentirà uno soddisfatto”.  

Di fronte a questo scenario, Fini chiede un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le componenti della filiera. “Continuare a schiacciare l’impresa agricola e aumentare in modo selvaggio le importazioni non può essere la strategia di un sistema Paese che punta a garantire la sicurezza alimentare”. Troppi comparti del settore sono in profonda crisi, la Confederazione chiede un’azione da parte delle istituzioni non solo per stanziare fondi, quanto per ricomporre un valore più equo lungo la filiera a beneficio dei produttori. Se da un lato l’aumento dell’export agroalimentare e la forza attuale del comparto sono dati positivi, dall’altro un sistema che incrementa le importazioni di materie prime estere e penalizza i prodotti italiani “non può definirsi virtuoso”. Una tendenza che contrasta con la strategia di un Paese che dichiara di voler perseguire la sovranità alimentare e l’autosufficienza produttiva. 

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