Rapporto Ocse, Andrea Garnero: “Bene i numeri dell’Italia ma pesa la questione salari”
(Adnkronos) – Il rapporto Employment Outlook 2026 dell’Ocse è appena uscito, mettendo in evidenza numeri e analisi che fotografano lo stato di salute del lavoro nel mondo. Andrea Garnero, senior economist alla Direzione per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali dell’Ocse, commenta con l’Adnkronos le prospettive per l’Italia, partendo dal contesto.
Cosa dice il rapporto nelle sue linee generali?
“I mercati del lavoro nei paesi Ocse hanno dimostrato negli ultimi anni, e continuano a dimostrare, una certa solidità, a fronte di performance invece negative dal lato del Pil e di choc vari, dai dazi alla guerra nel Medio Oriente. Siamo a livelli record di tassi di occupazione e partecipazione e tassi record al ribasso, quindi in senso positivo, di disoccupazione. Però certo rimangono delle nubi e sempre delle domande su quanto questo possa durare, visto appunto che i numeri del PIL invece sono molto meno entusiasmanti e i rischi sempre all’ordine del giorno”.
Questa discrasia come ve la spiegate, quali elementi possono giustificarla?
“Ci sono varie questioni, alcune più strutturali, altre più congiunturali. Di sicuro il fattore lavoro è diventato un elemento più scarso per ragioni principalmente demografiche. D’altra parte, le imprese sono più attente in quello che fanno, nell’assumere ma anche nel licenziare. In particolare, le difficoltà che hanno avuto nel trovare personale nella fase di ripresa post-COVID spingono a essere un po’ più prudenti”.
Poi c’è sempre il fattore incertezza, che la situazione geopolitica continua ad alimentare.
“È una situazione di incertezza generale. L’abbiamo visto con i dazi che sono andati, venuti, sono stati alzati, abbassati, e con la guerra che è cominciata, poi c’è stato un cessate il fuoco, scaramucce e anche più che scaramucce che continuano. Questo rende più difficile avere una visibilità a medio termine e crea dubbi anche sulla tenuta del mercato del lavoro. Perché è ovvio che a un certo punto i nodi potrebbero venire al pettine”.
Veniamo all’Italia. Rispetto al contesto generale, quali specificità si evidenziano?
“È positiva l’evoluzione della quantità di lavoro, guardando in particolare il tasso di disoccupazione, sceso a un livello record. Se guardiamo all’evoluzione dell’occupazione, però, resta un gap importante, siamo al 62,8% di tasso di occupati in Italia rispetto a 72% della media Ocse. I miglioramenti sono indubbi e sono positivi, anche perché arrivavamo da un decennio e più di difficoltà e quindi questo va apprezzato, ma restano comunque troppo lenti, soprattutto in riferimento a quello che è stato investito, nel bene e nel male, tra PNRR e superbonus. Rispetto ai soldi messi, resta un divario in termini di tassi di occupazione molto forte, concentrato in particolare poi tra donne e giovani”.
Si fa spesso l’osservazione che l’occupazione creata in Italia non sia di qualità. È corretta?
“Sì e no. Nel senso che abbiamo visto un’occupazione che si è sviluppata nei settori delle costruzioni e del turismo, che non sono i settori che abbiamo in mente come i migliori settori in termini di salari e durata dei contratti. In questi anni, però, abbiamo visto in realtà anche una crescita di settori a più alto valore aggiunto. Quindi non è non è solo lavoro di bassa qualità quello che si sta creando. Lo vediamo anche dal record di contratti a tempo indeterminato, dopo anni passati a parlare di precarietà”.
C’è poi la questione salariale, su cui l’Italia continua a scontare un gap sostanziale.
“È il tema principale. Perché se sulla quantità dei posti di lavoro, e in fondo anche sulla qualità, l’Italia fa bene, anche meglio di molti altri paesi del Nord Europa che si sono trovati più in difficoltà, sulla parte salariale l’Italia resta il grande paese Ocse con il gap più importante di salario reale da recuperare: il 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. Quindi vuol dire che sono più o meno 20 giorni di stipendio che mancano alla fine dell’anno. Significa lavorare 20 giorni gratis rispetto al 2021 in termini di quanto si è capaci di comprare. Prevediamo per quest’anno un calo dello 0,9% e una crescita solo dello 0,2% l’anno prossimo, in termini reali, a causa della ripresa dell’inflazione”.
Rispetto a questo quadro quali indicazioni si possono dare? Cosa dovrebbe fare l’Italia per accorciare questo ritardo?
“La questione salariale non nasce oggi, rimane il tema della debolezza economica del sistema del sistema italiano, perché siamo più forti in settori a basso valore aggiunto e con contratti discontinui. Quindi, da una parte serve spostare l’Italia su un cammino di crescita più forte, che significa far crescere le imprese nei settori a più alto valore aggiunto, non solo nel tech ma anche nel manifatturiero, facendo crescere la produttività anche delle imprese in quei settori, per esempio promuovendo un’adozione rapida ma intelligente di tutti i nuovi strumenti, partendo dall’AI che va adottata nei processi di produzione”.
Da dove dobbiamo partire? Come si compie questa trasformazione?
“Il salto di produttività non si fa comprando l’accesso a Chat Gpt, come negli anni 90 con i computer, ma si fa rinnovando e cambiando il modo di lavorare. Siamo ancora in ritardo e per me dovrebbe essere una priorità di politica economica assicurarsi che le nostre imprese non saltino questa rivoluzione. Questo compete al pubblico, che sia il Governo o le Regioni, ma compete anche alle parti sociali, ovviamente le parti datoriali, ma direi anche ai sindacati, perché i sindacati si devono preoccupare che le aziende in cui i loro lavoratori lavorano restino competitive, perché altrimenti addio salari e addio posto di lavoro”.
E la contrattazione?
“Ci sono questioni di sovrastruttura, chiamiamole così, proprio come il funzionamento della contrattazione collettiva, con i buchi che non copre. È troppo lento, perché i contratti vengono rinnovati ogni tre anni e in più vengono sempre rinnovati con grandi ritardi. Un altro possibile motivo del perché i salari non crescano a sufficienza è legato all’uso di clausole contrattuali che limitano la possibilità dei lavoratori di muoversi, è un tema. Limitano le possibilità dei lavoratori di avere un aumento salariale, perché sappiamo che il modo migliore di farsi aumentare lo stipendio è andare a lavorare da un’altra parte. E limitano anche la possibilità dei lavoratori di muoversi da imprese meno performanti a imprese più performanti. E quello che vogliamo come economisti, diciamo comunque nell’interesse pubblico, è che le imprese performanti crescano e le imprese meno performanti escano dal mercato”.
Ci sono nel rapporto evidenze dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro?
“È vero che i giovani, in particolare i giovani laureati, hanno difficoltà crescenti a entrare nel mercato del lavoro. Qualcuno ha collegato queste difficoltà all’intelligenza artificiale e noi abbiamo provato a capire, attraverso i dati, se è vero: al momento, però, non vediamo ancora una relazione. Le ragioni possono essere due. La migliore di tutte sarebbe che non c’è un effetto legato alla penetrazione dell’AI. L’altra potrebbe essere, come dicevamo rispetto alle preoccupazioni sull’Italia, che non siamo ancora in grado di vedere un effetto perché non c’è stata ancora una vera adozione di questi strumenti”.
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