Economia digitale, il prezzo nascosto del ‘gratis’
(Adnkronos) – In collaborazione con LR
Un’app che si scarica senza pagare, un mese di prova offerto da una piattaforma di streaming. Nell’esperienza quotidiana online la gratuità è diventata la norma, al punto che pagare in denaro sembra quasi l’eccezione. Eppure dietro quasi ogni servizio “gratuito” un costo esiste: semplicemente, non passa dalla carta di credito e si fa notare più tardi.
Per le aziende digitali regalare l’accesso è il modo più rapido per conquistare utenti e poi trattenerli: una volta presa l’abitudine, il servizio diventa difficile da abbandonare. Le prove gratuite scommettono sull’inerzia di chi dimentica di disdire entro la scadenza, mentre le applicazioni a costo zero monetizzano i dati di chi le usa, trasformando il tempo passato davanti allo schermo in spazio pubblicitario da vendere. In molti casi è l’utente stesso, con i suoi dati, la merce che il servizio rivende a terzi. Quanto valga questo scambio lo dice una cifra: secondo l’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, nel 2024 la pubblicità online in Italia ha raggiunto i 5,4 miliardi di euro, il prezzo che gli inserzionisti pagano per l’attenzione e i dati di chi naviga senza spendere.
In alcuni casi, però, il costo non resta invisibile e prende la forma di condizioni scritte nero su bianco. Accade con i bonus di benvenuto senza deposito del gioco con licenza ADM, dove l’importo viene concesso senza versare un euro ma, per diventare denaro prelevabile, va rigiocato secondo requisiti di puntata fissati in partenza. In pratica quel credito va giocato una o più volte prima che l’eventuale vincita diventi disponibile, una soglia che il regolatore impone anche per limitare gli abusi. Qui, almeno, la condizione è dichiarata fin dall’inizio.
È una differenza che pesa. Su molte piattaforme le clausole restano sepolte in pagine di termini che quasi nessuno apre, mentre nei comparti più sorvegliati devono comparire in chiaro, perché la normativa lo impone a tutela di chi accetta. Una fatica che il consumatore ritrova anche altrove, nel rapporto con servizi che cambiano più in fretta della capacità di seguirli. E spesso chi promette “nessun vincolo” è soltanto chi quelle condizioni le ha nascoste meglio.
Il meccanismo attraversa comparti molto diversi, dallo streaming ai servizi finanziari. Le carte e i conti digitali propongono crediti d’ingresso per spingere il primo utilizzo, mentre le piattaforme di streaming puntano sul rinnovo automatico dopo le settimane di prova. Sui social la pubblicità mirata si nutre proprio dei profili degli iscritti, che restano gratuiti per definizione. In ciascun caso l’incentivo di partenza serve a costruire una relazione destinata a durare: l’utente entra per la prova gratuita e, nella maggioranza dei casi, rimane. E più la relazione si consolida, più diventa costoso uscirne, tra dati da riportare altrove e abitudini da ricostruire.
Per chi naviga resta un’accortezza pratica: cercare le condizioni prima di accettare un’offerta gratuita, soprattutto quando non sono messe in evidenza. Sono quelle clausole a dire quanto costi, in realtà, ciò che viene presentato come gratuito.
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