Infortuni, l’allarme nel mantovano: “Noi vittime di caldo e schiavismo agrario”
(Adnkronos) – “Nel mantovano siamo a tre lavoratori morti, di cui uno in itinere, e a un altro lavoratore in coma dopo un malore legato al caldo. È una strage”. Parte da questo bilancio Michele Orezzi, segretario generale della Cgil di Mantova, commentando il decesso del bracciante agricolo nel mantovano. “Si muore come cent’anni fa nei campi, in mezzo a un’indifferenza che sembra quella di cent’anni fa”, dice Orezzi all’AdnKronos. “Stiamo normalizzando il fatto che uno debba morire di lavoro in giornate in cui c’è un’allerta sanitaria. E’ una cosa che non sta né in cielo né in terra”
Per il sindacalista non si tratta di episodi isolati, ma della manifestazione di un problema strutturale che intreccia sicurezza sul lavoro, cambiamento climatico e sfruttamento. “Nel mantovano ci sono ancora sacche di schiavismo agrario. Un lavoratore su tre è esposto a queste situazioni. Il caporalato non riguarda soltanto Calabria, Puglia o Campania, ma è presente anche in Lombardia, nella cosiddetta locomotiva d’Italia”. Secondo Orezzi, le ordinanze emanate per limitare il lavoro nelle ore più calde non stanno producendo gli effetti sperati. “Le ordinanze contro il caldo non funzionano perché mancano controlli sufficienti, soprattutto nei settori dove persistono illegalità e sfruttamento. Chi lavora nei campi continua a essere esposto a rischi gravissimi”.
Il segretario della Cgil di Mantova parla di una situazione che colpisce in particolare i lavoratori più vulnerabili. Dei quattro casi richiamati dal sindacato – tre decessi e un lavoratore in coma – tre riguardano migranti e uno un lavoratore italiano. “L’agricoltura impiega una quota molto elevata di lavoratori stranieri e quindi sono proprio le fasce più ricattabili della popolazione a pagare il prezzo più alto. Nel mantovano le comunità indiana e marocchina sono tra le più numerose e sono direttamente coinvolte”.
Per Orezzi, il dato più allarmante è la diffusione territoriale degli episodi. “I quattro casi si sono verificati in quattro punti diversi della provincia. Questo dimostra che non siamo di fronte a un fatto isolato, ma a un problema sistemico che interroga il modello produttivo e la creazione di valore nelle filiere agroalimentari”.
Il sindacalista denuncia anche il rischio di un’assuefazione alle morti sul lavoro. “Non si può normalizzare un morto al giorno. È allucinante che oggi si continui a morire come cent’anni fa nei campi, nell’indifferenza generale. Non è accettabile che persone impegnate a lavorare durante un’emergenza sanitaria perdano la vita. Non si può morire così, come foglie in autunno”.
Infine, l’allarme si estende anche oltre il comparto agricolo. “Il caldo in Pianura Padana sta diventando un problema anche per il manifatturiero. Nell’ultima settimana abbiamo registrato malori anche nei capannoni, compresi quelli di aziende fortemente sindacalizzate. La politica deve comprendere che il caldo non è più un’emergenza temporanea, ma un problema strutturale che richiede risposte strutturali”. La chiusa del sindacalista: “Non è accettabile che una democrazia possa accettare il fatto che per il caldo ci sia un morto al giorno”. (di Andrea Persili)
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