Iran, Altomonte (Bocconi): “Intesa scambio strategico e primo atto politico post-Khamenei”
(Adnkronos) – Con l’intesa di pace Usa e Israele cercano garanzie sul nucleare iraniano e Teheran a tornare player economico e preservare il regime: “E’ questo il vero scambio strategico” tra i paesi in campo ma anche “il primo grande atto politico del nuovo Iran post-Khamenei”. Così all’Adnkronos Carlo Altomonte, prorettore alla Sda Bocconi.
“Dietro la complessità tecnica dei dossier aperti – sottolinea l’economista – dallo smaltimento dell’uranio altamente arricchito alla gestione dei fondi iraniani congelati all’estero, il nucleo geopolitico dell’accordo appare in realtà piuttosto semplice: Washington e Israele cercano garanzie verificabili sul contenimento del programma nucleare iraniano, mentre Teheran punta a reintegrarsi almeno parzialmente nell’economia internazionale attraverso la rimozione delle sanzioni e la normalizzazione delle esportazioni energetiche. È questo il vero scambio strategico che emerge dalle bozze finora trapelate”.
Per Altomonte la successione dinastica a Mojtaba Khameni evidenzia “l’indebolimento della componente teocratica del sistema”, con un Iran che “non sta diventando meno autoritario, ma sta diventando diverso”: un sistema nel quale “la religione continua a fornire la cornice ideologica, mentre il potere effettivo si concentra sempre più nelle mani di una élite politico-militare”. In questo contesto, spiega Altomonte, “la priorità non è più l’esportazione della rivoluzione islamica, bensì la preservazione del regime e degli interessi economici che ad esso fanno capo”. Ciò, osserva, “rende più probabile una disponibilità a negoziare quando la sopravvivenza economica e politica del sistema lo richiede”. E in questa prospettiva, “l’intesa con Washington potrebbe essere letta come il primo grande atto politico del nuovo Iran post-Khamenei: non più l’Iran della rivoluzione, ma l’Iran della conservazione del potere”.
“Se il programma nucleare iraniano verrà effettivamente sottoposto a meccanismi di monitoraggio credibili e se Hormuz tornerà stabilmente operativo, il grande sconfitto geopolitico potrebbe essere la Russia. Negli ultimi anni Mosca ha beneficiato sia dell’isolamento internazionale dell’Iran sia della crescente dipendenza energetica di molti Paesi dalle esportazioni russe. Una normalizzazione dei flussi energetici mediorientali ridurrebbe inevitabilmente parte di questo vantaggio”, osserva ancora Altomonte.
Inoltre, “una graduale reintegrazione di Teheran nell’economia globale potrebbe attenuare la dipendenza iraniana dall’asse russo. Ciò non significa necessariamente un allontanamento da Mosca, ma certamente una riduzione dell’influenza esclusiva che il Cremlino ha potuto esercitare durante gli anni delle sanzioni. Parallelamente, la Cina sembra destinata a mantenere una presenza rilevante nell’area grazie ai propri investimenti infrastrutturali e alla crescente centralità del Pakistan come piattaforma logistica e diplomatica regionale”, spiega.
Rimane infine la questione dello Stretto di Hormuz. “Molto del dibattito si è concentrato sull’eventualità che l’Iran possa ottenere una qualche forma di riconoscimento del proprio ruolo nella gestione della navigazione o addirittura nella riscossione di tariffe di transito. Tuttavia, dal punto di vista strategico, il valore di lungo periodo di questa concessione appare limitato”, dice. Su questo fronte “il vero valore dell’accordo non risiede tanto nella riapertura di Hormuz quanto nel tentativo di trasformare l’Iran da fonte permanente di instabilità a soggetto integrato, seppur parzialmente, in un nuovo equilibrio regionale. Se il processo avrà successo, non assisteremo semplicemente alla fine di una crisi energetica, ma ad una redistribuzione degli equilibri di potere tra Stati Uniti, Russia, Cina e Medio Oriente”, conclude il prorettore della Sda. (di Luana Cimino)
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