Antonia Fotaras, madrina del Pesaro Film Festival: “Noi cresciuti con i social rischiamo di normalizzare competizione tossica”
(Adnkronos) – “Quando il lavoro diminuisce la competizione aumenta e una generazione cresciuta sui social, se non si interroga sui propri meccanismi, rischia di interiorizzare una competizione tossica e normalizzarla”. Così all’Adnkronos l’attrice Antonia Fotaras riflette sulla competizione che attraversa gli interpreti della nuova generazione, pur riconoscendo che accanto alla rivalità esiste anche un’altra possibilità: quella della collaborazione. E sulla solidarietà femminile aggiunge: “Esiste la possibilità di fare squadra tra colleghe e cerco sempre di contribuire a crearla: a volte è più semplice, altre volte sono io a essere accolta da colleghe più grandi”. Un approccio che porta con sé anche nel nuovo ruolo che l’attende: quello di madrina della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (in programma fino al 20 giugno), un incarico che vive come un segnale e un impegno. “È stata una sorpresa che ho accolto con gioia, responsabilità e gratitudine. È la mia prima volta da madrina, e farlo in un festival con una storia così importante è un onore. Mi incoraggia a portare avanti proposte per un nuovo cinema”.
Ha recitato nel film ‘Il primo’ re e nelle serie ‘Luna nera’ e ‘Un’estate fa’. Il suo percorso l’ha portata a lavorare con John Turturro e Rupert Everett ne ‘Il nome della rosa’, e con Terrence Malick in ‘The Way of the Wind’. “Se penso alla lezione più potente che mi sono portata a casa da questi grandi set internazionali, direi la libertà”. Una libertà che si conquista anche attraverso i sacrifici: “Diventare attrice mi è costato non poco, ma questo lavoro ti restituisce molto. Una delle cose più preziose è l’opportunità di guardarsi dentro”. Sul talento, Fotaras è diretta: “Non basta. Oggi vengono valutati tanti aspetti nella selezione. Credo serva studiare per essere artisti indipendenti e flessibili ai cambiamenti della società”. E l’ambizione? “Cerco di coltivare un’ambizione sana. Ascolto i miei desideri e mi interrogo sul perché ambisco a una cosa piuttosto che a un’altra”. Mentre la vulnerabilità, per lei, è una risorsa. “La fragilità che mi ha insegnato di più è la paura di stare da sola. Esplorarla mi ha fatto capire che non era solo una mia paura, ma qualcosa che riguarda soprattutto le donne. Capire che le fragilità non sono solo un problema tuo cambia la prospettiva”. Una prospettiva che si riflette anche nel modo in cui guarda ai personaggi femminili sullo schermo: “Ci sono cambiamenti, ma la strada è ancora lunga”.
Sul sistema italiano, l’attrice non nasconde il desiderio di un passo avanti: “Vorrei più inclusività e più opportunità. Spero che la situazione cambierà, anche grazie ad associazioni come Unita”. Intanto, il suo bilancio è quello di un’artista che ha già attraversato mondi diversi: “Ho preso parte a progetti italiani e internazionali, con registi e colleghi che mi hanno dato tanto”. La traccia che vorrebbe lasciare è semplice e ambiziosa insieme: “Qualcosa che muova le persone”. Interpellata sulle parole di Francesco De Gregori – da giorni al centro delle polemiche per aver detto di provare “imbarazzo” quando “gli artisti si schierano in maniera netta su questioni internazionali” – l’attrice risponde senza esitazioni: “Non vedo perché giudicare chi ha il coraggio di esporsi. È parte del ruolo dell’artista esprimere ciò che sente e ciò che vive, e l’attualità fa parte di ciò che viviamo”. Quanto ai registi dei sogni, sorride: “Forse la chiamata che aspetto è da chi non mi aspetto. Mi piacciono molto i film di Andrea Arnold”. Ma il sogno più grande riguarda la sua generazione: “Che possa viversi un po’ più di spensieratezza, di gioia. E possa permettersi di sognare in grande”, conclude.(di Lucrezia Leombruni)
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