I titoli del Tesoro Usa volano e crescono i timori di recessione
(Adnkronos) – Con un titolo di Stato Usa a 30 anni che in apertura di seduta ha toccato il 5,2% di rendimento (salvo poi scendere leggermente) c’è uno spettro che si aggira nella finanza internazionale. Infatti dopo che il 13 maggio scorso, in un’asta di Treasuries trentennali, il tasso di interesse richiesto è salito del 5,046% molti hanno ricordato come un rendimento superiore al 5% non fosse stato richiesto su questi bond dal 2007, poco prima dello scoppio della grande crisi finanziaria.
In quel caso a fare esplodere il ‘bubbone’ erano stati i mutui subprime, concessi con eccessiva facilità per tenere in piedi un meccanismo perverso di remunerazione anche se le fondamenta su cui si basavano quei titoli erano corrose. Questa volta, invece a fare paura è la eccessiva facilità dell’Amministrazione Trump a fare debito, in una spirale in cui il peso della spesa per interessi finisce con il costringere il Tesoro Usa a emettere nuovi titoli e aumentare il peso del debito.
Non è solo una questione di ‘spazio fiscale’, come si dice in Europa. Rendimenti in aumento significano costi più elevati per mutui e prestiti, con conseguenti spese aggiuntive sia per i cittadini comuni che per i dirigenti aziendali e, in definitiva, un rallentamento dell’economia. Come ricorda oggi il New York Times al momento “non è possibile sapere con certezza se il mercato obbligazionario stia segnalando seri problemi in arrivo o stia semplicemente offrendo agli investitori delle opportunità allettanti. Ma, improvvisamente, vale la pena prestare molta attenzione a quei piccoli cambiamenti nei numeri”.
Per il momento – rendimento dei Treasuries a parte – non ci sono gli altri indizi che venti anni fa annunciavano il disastro ma resta una ‘strana’ divergenza di andamento fra mercati azionari e obbligazionari. I primi – pur segnati dai timori per la situazione in Medioriente- hanno ignorato la guerra, i dazi e altri problemi del mondo reale mentre i secondi sembrano orientati a una maggiore pridenza e la corsa dei rendimenti dei titoli di Stato (e questo vale anche per i Gilt del Regno Unito, schizzati in alto) potrebbe alla fine rallentare la crescita economica a tal punto da provocare una recessione globale.
Certo, il Tesoro Usa può contare sulla fiducia degli investitori privati internazionali che – segnalava Goldman Sachs – a marzo hanno fatto registrare acquisti netti di Treasuries a lungo termine laddove gli investitori istituzionali li hanno venduti per il secondo mese consecutivo. Ma se la cautela di quest’ultimi potrebbe essere eccessiva, la fiducia espressa dagli investitori privati potrebbe essere però solo un ‘wishful thinking’.
Meglio – forse – ascoltare il monito di HSBC secondo cui i titoli del Tesoro statunitensi sono entrati in una “zona di pericolo”, visto che l’impennata dei rendimenti a lungo termine alimenta i timori che un’inflazione persistente e le aspettative di tassi d’interesse restrittivi possano iniziare a ripercuotersi sui mercati azionari e, più in generale, sugli asset a rischio. Non esiste una soglia critica, ma secondo gli analisti se il rendimento del titolo a 30 anni dovesse toccare il 5,50% o quello a 10 anni il 4,65% (al momento è a 4,58%) si potrebbe innescare uno spostamento degli investimenti verso i titoli del Tesoro. E a quel punto Wall Street (ma non solo) potrebbe iniziare a tremare.
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