Wang Shu e Lu Wenyu: ‘Fare architettura significa proteggere memoria e territorio’

(Adnkronos) – “Serve una risposta sostenibile a uno sviluppo urbanistico eccessivo. I grattacieli possono essere scintillanti e piacere a molti, ma non rappresentano la soluzione: così si rischia di perdere la memoria e i ricordi del tempo, oltre a infliggere ferite alla natura”. È questo il messaggio che arriva dagli architetti cinesi Wang Shu e Lu Wenyu, direttori della Biennale Architettura 2027, protagonisti oggi di una conferenza nella sede del nuovo Archivio Storico della Biennale di Venezia, dedicata alla loro ricerca e alla loro visione progettuale come fondatori di Amateur Architecture Studio ad Hangzhou. Un messaggio che proviene dalla Cina, dove lo sviluppo delle metropoli procede incessante, trasformando le città in vere e proprie megalopoli. Il loro intervento all’Arsenale – pronunciato alla presenza del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco – non suona come uno slogan, ma come un giudizio netto sul “modello esagerato” di crescita urbana degli ultimi decenni: accelerazione, sostituzione, perdita di memoria. 

Vincitore del prestigioso Pritzker Architecture Prize per il suo approccio sostenibile, che fonde le tecniche costruttive tradizionali cinesi con l’architettura contemporanea, Wang Shu ha fondato nel 2003, insieme alla moglie Lu Wenyu, il Dipartimento di Architettura presso la China Academy of Art. Nel 2007 hanno poi istituito la Scuola di Architettura, di cui Wang Shu è stato il primo preside. Durante la conferenza hanno raccontato anche la loro esperienza professionale e il lavoro quotidiano dello studio e nel campus universitario.  

“Vediamo palazzi in vetro e acciaio scintillanti ma abbiamo nostalgia del passato”, ha affermato Wang Shu riferendosi in particolare alla trasformazione di città come Hangzhou, dove in trent’anni ampie porzioni di tessuto storico sono state demolite per lasciare spazio a grattacieli. In questa dinamica, non è solo l’architettura a cambiare, “ma il rapporto stesso tra comunità e memoria dei luoghi”. Da qui una seconda affermazione chiave: “Noi partiamo dalle rovine che contengono memoria e storia”. Per Wang e Lu, le rovine non sono un residuo da rimuovere, ma una risorsa progettuale. “Sono ciò che rimane del tempo e che, proprio per questo, può ancora generare futuro”. Anche “il recupero dei materiali diventa parte di questa impostazione: non semplice riciclo, ma continuità tra passato e presente, tra materia e memoria”. 

 

La posizione di Wang Shu e Lu Wenyu si colloca in aperta tensione con l’immaginario globale delle città contemporanee, dominate anche in Cina da vetro e acciaio. “Tutti vogliono edifici scintillanti”, hanno osservato, “ma noi preferiamo costruzioni opache, basse, vicine alla scala dei villaggi”. Un riferimento diretto alla tradizione costruttiva cinese, fatta storicamente di edifici a uno o due piani, integrati nel paesaggio e nella vita quotidiana. Il nodo centrale della loro riflessione riguarda proprio questo: come evitare che l’accelerazione dell’urbanizzazione distrugga ciò che pretende di migliorare? “Come far sì che lo sviluppo non vada a detrimento della storia, della memoria e delle tradizioni?”, si sono chiesti. La risposta non è nel rifiuto della modernità, ma nella sua trasformazione dall’interno. 

“Non siamo conservatori ma radicali nella sperimentazione”, ha sottolineato Wang Shu, ribaltando un’etichetta spesso attribuita al loro lavoro. La radicalità, nel loro approccio, non coincide con la forma spettacolare o iconica, ma con la capacità di mettere in discussione i modelli dominanti della produzione architettonica contemporanea. “Sperimentare significa provare, sbagliare, ripetere, adattare”, è il loro messaggio. In questa prospettiva, anche il rapporto con il paesaggio cambia. “I nuovi edifici si devono inserire bene nell’ambiente”, hanno spiegato, intendendo l’ambiente non solo come natura, ma come insieme di suolo, materiali, stratificazioni storiche e culturali. L’architettura non si sovrappone al contesto: lo attraversa, lo riattiva, lo interpreta. 

Un ruolo centrale è affidato anche alle sperimentazioni condotte nrei villaggi rurali cinesi, Wang Shu e Lu Wenyu, dove la scala ridotta e la continuità tra costruito e territorio rappresentano, “una forma ancora viva di equilibrio”. Non un modello nostalgico, ma una possibilità concreta di ripensare la crescita urbana al di fuori della logica verticale dei grattacieli. 

 

A questa visione si lega anche il loro percorso formativo al Dipartimento di Architettura presso la China Academy of Art. “Il futuro dell’architettura passa dall’educazione”, hanno ricordato a Venezia, indicando nella scuola il luogo in cui si costruisce “il cambiamento più profondo”. Per Wang Shu e Lu Wenyu, insegnare architettura significa soprattutto riportarla alla sua dimensione concreta: “costruire, sperimentare, lavorare sui materiali”. Non un sapere astratto, ma una pratica che si misura con il reale. 

Il legame con Venezia aggiunge un ulteriore livello alla loro riflessione. “È una luce legare il passato con il presente”, hanno detto, riconoscendo nella città lagunare un esempio unico di coesistenza tra stratificazione storica e vita contemporanea. Anche il riferimento a Marco Polo, visitatore della Cina e ammiratore della città di Hangzhou, rafforza questa connessione tra culture e storie lontane che “si incontrano nello spazio urbano”. 

Il tema della prossima Biennale 2027, “Do Architecture”, cioè “Fare Architettura”, si inserisce direttamente in questa prospettiva. L’architettura viene intesa come “filosofia del fare”: non un sistema di rappresentazione, ma un insieme di pratiche che agiscono sul mondo reale. Costruire significa entrare in relazione “con ciò che esiste già”, accettandone contraddizioni e fragilità. Le domande poste dai curatori riassumono il senso del progetto: può il territorio convivere con l’architettura senza esserne cancellato? Possono memoria e innovazione coesistere senza che una prevalga sull’altra? Può la tecnologia integrarsi con i saperi locali senza ridurli a decorazione? “Servono sperimentazioni, tentativi ripetuti”, ha concluso Wang Shu. Una frase che restituisce il nucleo di un nuovo pensiero che dal più frenetico Oriente arriva all’Occidente: l’architettura non come soluzione definitiva, ma come processo continuo. Un esercizio di equilibrio instabile tra passato e futuro, in cui la città non smette di trasformarsi senza perdere la propria memoria. (di Paolo Martini) 

cultura

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

Segui la diretta di:

Latest news