Festival Cannes, Lukas Dhont: “Abbiamo sepolto tenerezza maschile per paura di essere chiamati codardi”
(Adnkronos) –
“Leggendo i diari dei soldati dell’epoca ho trovato moltissime espressioni di tenerezza. C’è un episodio in cui un soldato racconta che un commilitone si era travestito da sua madre per dargli il bacio della buonanotte e farlo dormire meglio”. Così all’Adnkronos Lukas Dhont riflette sul tabù attorno alla tenerezza tra uomini, uno dei temi al centro di ‘Coward’, presentato in Concorso al 79esimo Festival di Cannes. Il film racconta la storia di un giovane soldato che arriva al fronte belga durante la Prima guerra mondiale, convinto di dover dimostrare il proprio valore. Sul fronte incontra però un gruppo di uomini che, attraverso il teatro e la performance, prova a creare un fragile spazio di libertà dentro la violenza del conflitto. “La tenerezza tra uomini è sempre esistita, non è un’invenzione. Ma viviamo in un mondo che mette in primo piano immagini di durezza, violenza, brutalità”, osserva Dhont. Le immagini più morbide e vulnerabili, invece, “vengono sepolte”. Il regista belga non sa se si tratti di un vero e proprio tabù, ma riconosce che “è sicuramente qualcosa a cui non abbiamo dato abbastanza attenzione”. ‘Coward’ “mostra quella tenerezza proprio perché credo sia importante vederla”, aggiunge il regista, che porta sulla Croisette il suo terzo film dopo ‘Girl’ (2018) e ‘Close’ (2022).
Quella raccontata in Coward è una storia del passato che riecheggia nel presente. “Vivo in Belgio, un Paese dove il tema della guerra e del servizio militare è molto presente nel dibattito pubblico”, spiega Dhont. Ricorda un programma televisivo in cui “un politico di destra visitava una scuola: un ragazzo gli chiese se il servizio militare sarebbe tornato obbligatorio. Il politico gli rispose: ‘Ma tu non combatteresti per il tuo Paese se fossimo sotto attacco?”. Tutti i ragazzi alzarono la mano, anche quello che aveva fatto la domanda, pur essendo spaventato”. Un episodio che “mi ha fatto capire che ancora oggi ci aspettiamo che i giovani – soprattutto gli uomini – siano pronti a combattere”. E il regista si è chiesto: “Quanti di questi giovani alzassero le mani per paura di essere chiamati ‘codardi’”. E proprio come mostra il film, “molti partirono per combattere nella Prima guerra mondiale per paura di essere chiamati codardi”. ‘Coward’ – in italiano ‘codardo’ – si interroga su cosa significhi davvero essere coraggiosi e su come, nei momenti più bui, si cerchi di sopravvivere creando bellezza, ascoltando musica, rifugiandosi nel teatro “cercando di trovare un modo per fuggire dalle nostre vite, dai nostri traumi, dalla nostra oscurità, scomparendo in un altro mondo”.
Chi sono i codardi di oggi? “Quando ho scelto il titolo ‘Coward’ sapevo che era una parola difficile, ma non voglio giudicare nessuno e spero che il film non lo faccia”, dice Dhont. Riflette però su come “nella nostra società abbiamo sempre associato l’eroismo alla capacità di esercitare violenza per proteggere, e la codardia all’incapacità di farlo”. Il film, invece, “parla della paura: dell’altro, del nemico, ma anche della paura verso noi stessi e verso le parti più vulnerabili e tenere”. I personaggi “cercano di accettare quella paura e anche la loro fragilità. Forse questo è un atto di coraggio enorme”. (di Lucrezia Leombruni)
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