Londra sempre più “sesta città d’Italia”: boom di artisti tricolore e Mario Biondi racconta il pubblico UK, “il più caciarone che io conosca”

(Adnkronos) – Il panorama culturale londinese in chiave “tricolore” sta vivendo una trasformazione senza precedenti, al punto da rendere la capitale britannica una sorta di estensione naturale del territorio artistico italiano. Non si parla più di apparizioni sporadiche, ma di un flusso continuo che nel 2026 ha raggiunto il suo apice, al punto che molti addetti ai lavori definiscono ormai Londra la “sesta città d’Italia” per densità creativa, giocando sul numero dei connazionali residenti e sul confronto con le principali città italiane. Un boom che non riguarda solo i nomi più popolari della musica, ma attraversa generi e linguaggi diversi, dalla comicità ai podcast, trasformando le esibizioni in veri e propri momenti di networking culturale. 

La lista degli artisti che negli ultimi mesi hanno scelto Londra è lunghissima: Zucchero, Ludovico Einaudi, Ligabue, Mario Biondi, Max Pezzali, Nek, Dardust, fino agli emergenti come Delia e ai nomi della scena indipendente come Meganoidi, Dente o Zen Circus. E poi c’è chi ha scelto la capitale inglese come unica tappa estera della propria tournée teatrale, bypassando tutte le altre città europee: Stefano Nazzi con “Indagini Live”, Giuseppe Cruciani con “Via Cruz”, Marco Travaglio con “Cornuti e Contenti”, Federico Buffa con “Numero 23 – Vita e splendori di Michael Jordan”.
 

Tra coloro che vivono questo boom in prima linea c’è Attilio Perissinotti, da oltre vent’anni organizzatore di eventi italiani a Londra con TIJ Events. “Londra è la sesta città d’Italia praticamente per numero di italiani che risiedono qui, circa 450mila, e ormai è diventata una tappa di un tour italiano dal quale poi iniziare o concludere un tour europeo”. Perissinotti sottolinea come il fascino della città risieda nella sua capacità di accogliere generi diversissimi: “dai grandi concerti pop come quello di Max Pezzali fino ai nuovi esperimenti teatrali, come il podcast in versione live del giornalista criminologo Stefano Nazzi, passando per proposte più di nicchia che riguardano la musica indipendente o alternativa ma sempre di matrice italiana”. 

Ma Londra è anche una piazza spietata, ricchissima di offerta e altamente competitiva. “La programmazione londinese è fitta, sette su sette per tutte le settimane di un anno. Direi che è unica al mondo per varietà di proposte. Per tale motivo l’artista italiano non sempre riesce a registrare il tutto esaurito, anzi è davvero cosa rara. Sicuramente fa bei numeri, utilizzando un gergo molto comune nel nostro ambiente, ma Londra rimane comunque una piazza che fa curriculum ma allo stesso tempo altamente competitiva soprattutto in termini di capacità di acquisto”. Il pubblico, infatti, oggi spende meno rispetto al passato e sceglie con più attenzione, anche quando si tratta di artisti italiani: “non sempre la decisione finale ricade su uno spettacolo italiano, visto che la concorrenza di casa o internazionale è davvero tanta e di qualità”. 

Eppure esistono eccezioni che, fin dagli esordi, hanno sempre registrato il sold out. Tra queste, una delle attese più forti di queste settimane è quella per Mario Biondi, protagonista di tre date nel Regno Unito: il 7 giugno al Theatre Royal Drury Lane di Londra, il 9 giugno al The Queen’s Hall di Edimburgo e il 10 giugno al Saint Luke’s di Glasgow. Amatissimo dal pubblico inglese, Biondi descrive Londra come un punto nevralgico imprescindibile: “Londra – dice il crooner catanese parlando con Adnkronos – è sempre stata un po’ la capitale della musica europea con i suoi studi di registrazione e i suoi suoni meravigliosi”. Biondi apprezza soprattutto l’energia del pubblico locale: “il pubblico londinese, inglese in generale o del Regno Unito, è un pubblico unico al mondo. Forse ogni tanto dico che è il più caciarone che io conosca, perché è bello vispo, ti urla, ti aggredisce bonariamente durante i concerti nel loro modo di condividere la loro passione verso l’artista in scena”. 

Per Biondi, l’Inghilterra è stata decisiva: “è stato un po’ il mio primo timbro ufficiale messo sul passaporto da artista internazionale, perché cantando in lingua inglese è stato il primo Paese, non italiano, che mi ha accolto facendomi capire che ero sulla buona strada”. E proprio per questo invita i colleghi più giovani a non vivere Londra come una tappa mordi e fuggi: “Londra va frequentata e va vissuta perché è un territorio che ti può dare delle ispirazioni e puoi sentire veramente delle cose eseguite con una maestria che probabilmente non è così facile trovare in altri paesi”. 

Una visione condivisa anche da Alessandro Sforza di Gotobeat, una delle realtà europee più attive nell’organizzazione di eventi live. “Il legame tra le due culture, italiana e inglese, è ormai storico e profondo. Londra, inoltre, la possiamo considerare una città italiana a tutti gli effetti visto il numero di emigranti che vivono qui oltre ad essere la mecca dell’intrattenimento dal vivo più importante d’Europa”. Ma Sforza ricorda anche l’impatto della Brexit: “La scelta del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea ha portato a un mancato riciclo di nuovi italiani e, nella vendita dei biglietti, si è sentito soprattutto a discapito di artisti che richiamano un pubblico di giovanissimi”. 

Il pubblico rimasto, composto soprattutto da over 30 e over 40, continua però a sostenere una proposta più adulta: non a caso nel ‘cartellone’ londinese sono in programma Marco Travaglio il 26 maggio, Federico Buffa il 31 maggio e Valerio Lundini il 19 giugno. È un pubblico fedele, ma più selettivo, e proprio da qui si innesta il ragionamento di Sforza sul modo in cui gli artisti dovrebbero approcciare la capitale inglese. Per lui, infatti, Londra non è solo un palco da conquistare, ma un ecosistema da vivere: “Londra non deve essere considerata solo una bandierina da mettere lungo il proprio percorso artistico, ma deve essere ‘sfruttata’ appieno visto quanto può offrire ai fini della propria crescita professionale”. Un investimento economico, certo, ma che secondo lui “rientrerà del tutto, in termini di crescita personale, professionale e soprattutto come offerta artistica futura”. 

In un anno in cui Londra sembra più italiana che mai, la capitale britannica continua insomma a dimostrarsi un laboratorio creativo inesauribile, un luogo dove la cultura italiana non solo trova spazio, ma viene cercata, accolta e celebrata come parte integrante dell’anima cosmopolita della città. (di Alessandro Allocca) 

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