“Le parole al limite”: il mondo della comunicazione si confronta sulla responsabilità del linguaggio
Il mondo della comunicazione italiana si è assunto pubblicamente l’impegno di fare da guida di fronte alla necessità di un linguaggio pubblico responsabile. Si è tenuta oggi all’Università degli Studi di Milano “Le parole al limite”, iniziativa promossa da PRHub/UNA insieme al Corso di laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione, e con il patrocinio di Ferpi. Quindici voci da otto discipline hanno dato vita a una mattinata di esame critico sul mestiere di chi sceglie le parole per aziende e istituzioni.
Una responsabilità collettiva
Le imprese di comunicazione e la formazione universitaria del settore, che ogni giorno scelgono le parole con cui aziende e istituzioni parlano al Paese, hanno deciso di portare in pubblico una riflessione critica sul proprio mestiere. Tre le direzioni dell’iniziativa: diffondere una cultura del linguaggio responsabile fondata sulla conoscenza dei meccanismi attraverso cui le parole agiscono; contribuire al dibattito pubblico con uno sguardo scientifico e tecnico; dare valore al lavoro di chi sceglie le parole per mestiere.
Il pubblico era composto da professionisti, manager e studenti dei corsi di comunicazione dell’Università degli Studi di Milano. La formula degli interventi brevi ha offerto una sintesi dello stato dell’arte in ciascuna disciplina. Le registrazioni integrali resteranno disponibili online come materiale per i corsi di laurea, e il format è pensato per essere riproposto in altre sedi universitarie italiane.
Le voci dei promotori
Davide Cadeddu, Presidente del Collegio didattico di Scienze umanistiche per la comunicazione dell’Università degli Studi di Milano ha aperto i lavori: «Una mattina con scienziati, giuristi, storici e professionisti delle parole è una rara palestra di consapevolezza per i nostri studenti. Il dialogo tra discipline è la cifra del nostro Corso di laurea ed è anche il modo più solido per formare comunicatori capaci di misurare le conseguenze di ciò che scrivono. Le studentesse e gli studenti acquisiscono la consapevolezza che ogni parola scelta nel loro futuro professionale produrrà effetti concreti sulla vita degli altri. È una consapevolezza che cambia il modo di esercitare il mestiere fin dal primo giorno».
Andrea Cornelli, Vicepresidente di UNA – Aziende della Comunicazione Unite: «Le relazioni pubbliche hanno scelto di prendersi carico di fare da guida di questa riflessione sulle parole. Con “Le parole al limite” UNA porta in pubblico ciò che facciamo ogni giorno per le organizzazioni con cui lavoriamo: scegliere le parole con accuratezza perché la qualità del linguaggio pubblico è un bene civile prima ancora che un servizio professionale. Il format è pensato per essere replicato: la prima tappa milanese apre un percorso culturale coerente con la nostra missione di fare sistema attorno ai temi che definiscono il futuro della comunicazione e della società».
Enzo Rimedio, delegato per la Lombardia di Ferpi: «Ferpi ha dato il patrocinio a “Le parole al limite” perché l’iniziativa raccoglie i temi che la nostra Federazione presidia: competenza, responsabilità, impatto del linguaggio nella comunicazione contemporanea. Sono gli stessi temi del Manifesto “Le parole che contano”: scegliere parole che costruiscono, ascoltare, riconoscere i bias, includere, coinvolgere, dare valore alla comunicazione. Per la nostra delegazione lombarda è significativo che la prima tappa di questo percorso si sia svolta a Milano, in dialogo con l’Università degli Studi e con il tessuto professionale di una delle regioni più dense di agenzie e comunicatori del Paese».
Lo scenario: dieci anni di parole italiane sui social
Nel corso dell’evento è stata presentata la ricerca decennale Kapusons «Parole oltre il limite. L’evoluzione dell’odio sui social», realizzata con strumenti OSINT su 7,2 miliardi di contenuti pubblici italiani prodotti tra il 2015 e il 2025. Il dato più rilevante è una mutazione del lessico: l’odio non si è ridotto, ha cambiato forma. Le stesse keyword discriminatorie che dieci anni fa raccoglievano 3.313.602 post oggi ne intercettano 690.582. «La ricerca offre l’evidenza empirica di un fenomeno che il mondo della comunicazione ha già colto come urgenza professionale e civile», ha commentato Ugo Esposito, CEO di Kapusons. Tra i dati che fanno riflettere il dato che rivela come la politica nel 2025 abbia superato il calcio nell’arena online dell’insulto.
Gli interventi
Edoardo Buroni (Linguistica italiana, Università degli Studi di Milano) ha aperto i lavori con l’etimologia della parola «parola» e la Lettera a una professoressa di don Milani: «è solo la lingua che fa eguali». Gabriella Bottini (Neurologa, Università di Pavia e Centro di neuropsicologia cognitiva, Niguarda) ha illustrato come il linguaggio attiva circuiti neurali e orienta comportamenti: nel conflitto fra dimensione cognitiva ed emotiva, l’emotivo prevale sempre. Flavio Ceravolo (Sociologia, Università di Pavia) ha ricostruito, a partire da Austin e Searle, la forza performativa con cui le parole costruiscono identità e relazioni.
Elisabetta Crivelli (Diritto costituzionale, Università degli Studi di Milano) ha analizzato le parole del referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo 2026: lo stesso voto ha avuto due quesiti diversi sulla scheda a seconda che la richiesta venisse dalla minoranza parlamentare o popolare. «Vicende eclatanti» del sì contro «posta in gioco» del no. Agnese Pini, direttrice responsabile di QN — Il Resto del Carlino — La Nazione — Il Giorno, ha riflettuto sul confine tra informazione e deformazione a partire dalla scelta del primo aggettivo in un titolo. Beatrice Agostinacchio (PrHub) sull’efficacia della parola nei rapporti con i media e l’impatto dell’intelligenza artificiale: «non meno parole, ma parole migliori». Anna Scavuzzo, vicesindaca di Milano, ha proposto la città come laboratorio civico della parola pubblica.
Rosy Russo, presidente di Parole O_Stili, ha proposto i social come una cultura da abitare, non come un semplice strumento. Daniela Collu, autrice e conduttrice, è intervenuta sulla responsabilità della parola nei diversi media. Diego Biasi (PrHub) sul linguaggio nei social. Luca Oliverio (PrHub) sulle parole della pubblicità: la parola precisa come bene collettivo. Alessandro La Cava, autore romano classe 2000 e una delle firme più richieste del pop italiano (Sangiovanni, Annalisa, Mengoni, Mango, Pausini, Fedez), ha portato in aula quattro registri della canzone d’autore e una domanda netta: «Se togliamo alle parole il potere di disturbare, stiamo facendo ancora arte?».
Fabio Guidali (Storia contemporanea, Università degli Studi di Milano) ha mostrato come la discriminazione passi anche attraverso le strutture narrative. Caso studio: la stampa italiana del 1985 e la malattia di Rock Hudson. Termini come «doppia vita», «diversità», «stili di vita alternativi», «macho» evitavano l’epiteto esplicito ma costruivano una narrazione discriminatoria. La selezione del lessico, ha ricordato Guidali, da sola resta insufficiente.
Dopo Milano: un format replicabile
“Le parole al limite” è concepito come un format replicabile. Dopo la prima tappa milanese, l’iniziativa potrà essere riproposta in altre sedi universitarie e in altre città italiane. Programma, biografie dei relatori e registrazioni integrali degli interventi sono disponibili su unacom.it/parole.