C Point – Chi ha fatto palo?

Qualcuno mi dica chi ha vinto il Super Bowl.

Davvero. Perché, mentre negli Stati Uniti milioni di persone vivevano l’evento sportivo più importante dell’anno come un rito identitario, da questa parte dell’oceano eravamo impegnati a fare tutt’altro: commentare spot, analizzare celebrity, confrontare budget, discutere di creatività. Il risultato della partita? Un dettaglio. E forse non è un incidente.

Il Super Bowl, per noi, è sempre più un grande “guardare ma non toccare”. La nostra industry lo segue con attenzione quasi maniacale, ma non per il football. Lo osserviamo come si guarda una vetrina irraggiungibile: affascinante, potentissima, ma lontana. È il più grande evento di comunicazione del mondo, non perché lo sport passi in secondo piano, ma perché tutto il resto lo travolge.

I numeri li conosciamo a memoria: otto milioni di dollari per trenta secondi, oltre 130 milioni di spettatori, una concentrazione di attenzione che non ha eguali. Per una notte la pubblicità smette di essere interruzione e diventa contenuto, aspettativa, conversazione. Ma proprio mentre celebriamo questa macchina perfetta, vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi: serve davvero tutto questo? E soprattutto: serve a tutti?

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La sensazione è che il Super Bowl oggi funzioni meno come vetrina pubblicitaria e più come rito totale. Sport, musica, politica, identità culturale: tutto converge sullo stesso palco. Non a caso, spesso ciò che resta non sono gli spot, ma ciò che succede attorno. Le performance dell’halftime show, le prese di posizione degli artisti, le tensioni sociali che emergono in mondovisione. Basti pensare al caso di Bad Bunny, capace di trasformare la sua presenza in un messaggio culturale e politico così esplicito da irritare direttamente Donald Trump. In questo scenario, la pubblicità c’è, eccome, ma non è più l’unico centro di gravità.

In questo senso, il Super Bowl non è così lontano da altri grandi eventi che abbiamo visto di recente anche qui. Penso alla cerimonia olimpica di Milano Cortina: un momento pensato per unire, raccontare un Paese, costruire immaginario. Ma anche lì, più che il protocollo, hanno contato i simboli, le letture, le reazioni. Lo stesso vale per i fischi a San Siro al vicepresidente americano: lo sport come cornice, il messaggio come sostanza. I grandi palcoscenici non sono più neutri. Sono spazi di significato, carichi di aspettative e tensioni.

Dentro questo scenario, il Super Bowl resta per noi soprattutto un benchmark culturale. Lo studiamo, lo ammiriamo, lo sezioniamo. Ma difficilmente possiamo giocare la stessa partita. E forse non dovremmo nemmeno provarci. Perché la vera domanda, al netto dei budget e delle classifiche, è un’altra: ha ancora senso farsi vedere da tutti, a qualsiasi costo, o conta di più farsi vedere da quelli giusti?

Il Super Bowl è la sfida definitiva tra chi ha qualcosa da dire e chi ha semplicemente i mezzi per dirlo molto forte. Non sempre le due cose coincidono. In un mondo frammentato, fatto di community, linguaggi specifici e attenzione selettiva, l’idea che l’iper-visibilità sia l’unica strada possibile inizia a scricchiolare.

Anche noi, in fondo, abbiamo il nostro Super Bowl. Si chiama Festival di Sanremo. Stesso impatto mediatico (con le debite proporzioni), stessa polarizzazione e una grande capacità attrattiva verso i brand. Ma anche lì, ogni anno, la differenza la fa chi riesce a dire qualcosa che resta, non chi alza di più il volume. E non è un caso se, anche da noi, il racconto dell’evento finisce spesso per concentrarsi più su ciò che succede attorno che sul palco in sé. Evidentemente abbiamo anche noi il nostro “Bad Bunny”: basta pensare al caso Pucci, diventato in poche ore un detonatore politico e social, al punto da trasformare una presenza artistica in un caso nazionale e portarlo a rinunciare alla kermesse. Segno che, quando l’attenzione è totale, ogni gesto smette di essere solo spettacolo.

È da qui che nasce il Touchdown del Pubblivoro, il 2 marzo, a Milano in Fabbrica di Lampadine. Non per fare l’ennesima rassegna degli spot del Super Bowl o di Sanremo, ma per provare a leggerli insieme. Capire cosa raccontano davvero del nostro mestiere, delle nostre ossessioni e del modo in cui scegliamo – o evitiamo – di posizionarci.

Perché alla fine il punto non è sapere chi ha vinto la partita. È capire perché stiamo tutti guardando. E se stiamo guardando dalla distanza giusta.

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