Il racconto di Mamazen: il primo Start up studio italiano

Mamazen è la primo Startup Studio italiano, nato a Torino, e specializzato nel creare start up che risolvano i problemi delle PMI tramite la tecnologia. A differenza di incubatori o acceleratori tradizionali, Mamazen crea startup internamente partendo dall’analisi dei bisogni del mercato, con processi solidi e team esperti, e concentrandosi sui problemi reali delle PMI. Ne abbiamo parlato con Farhad A. Mohammadi, CEO di Mamazen.

Farhad Alessandro Mohammadi
Come è nata Mamazen e perché avete scelto il modello di Startup Studio invece di un incubatore o acceleratore tradizionale?
Mamazen nasce da un’idea che mi accompagna da molto tempo, addirittura dal 2011, ben prima della mia prima start up. All’epoca avevo già un’azienda di consulenza e questo pensiero continuava a tornare, anche se non aveva ancora una forma precisa. Nel tempo quell’idea ha iniziato a diventare sempre più concreta, perché avevo visto dall’interno quante difficoltà incontrano le startup nel loro percorso di crescita. Non volevo però replicare modelli che conoscevo già e che avevo vissuto in prima persona, come incubatori o acceleratori tradizionali, perché non li avevo trovati realmente efficaci. Gli incubatori spesso offrono spazi e un supporto molto junior, poco esperienziale; gli acceleratori aiutano a raccogliere capitali in tempi brevi, ma il vero problema non è tanto ottenere i soldi, quanto saperli usare bene. Nella mia esperienza avevamo commesso molti errori: investimenti sbagliati in software mai utilizzati, termini legali sfavorevoli con i fondi, strategie di go-to-market inefficaci e clienti poco redditizi. I soldi c’erano, ma non il metodo. Da qui nasce l’idea di un modello molto più operativo, in cui fossi coinvolto come cofondatore a tutti gli effetti: dalla definizione del business model alla raccolta, al go-to-market e nella parte legale e strategica. Un ruolo che oggi definirei di “cofondatore istituzionale”. All’inizio non sapevo nemmeno che questo modello si chiamasse Startup Studio; l’ho scoperto quasi per caso, parlando con un amico in rientro da Londra. Da lì ho iniziato a studiare il modello, a confrontarmi con altri founder di Startup Studio in tutto il mondo, parlando con decine di persone. È stato allora chiaro che quello era esattamente il formato che avevo in mente da anni.
Qual è la mission di Mamazen e come la concretizzate?
Il mio obiettivo personale è che lo Startup Studio Mamazen diventi il posto migliore in assoluto dove lanciare una startup. Se però guardiamo alla mission più profonda, è quella di rivoluzionare il modo di fare impresa. Credo che oggi il mondo delle startup sia ancora troppo artigianale, quasi preindustriale, e che sia arrivato il momento di una vera industrializzazione del processo imprenditoriale. Attraverso l’automazione dei processi, l’implementazione di metodi e strutture solide per permettere alle persone di amplificare il proprio impatto. Questo ha anche una forte dimensione sociale: creare imprese che servano davvero, che generino valore reale, che abbiano un risvolto positivo sulla società. La visione, nel lungo periodo, è quella di creare un numero tale di aziende da raggiungere una massa critica capace di influenzare anche le direzioni culturali e politiche, andando verso modelli più sostenibili, pacifici e responsabili. È una visione ambiziosa, fatta di tanti obiettivi, ma tutti coerenti tra loro.
Dalla vostra esperienza come Startup Studio, qual è l’elemento chiave per il successo di una startup?
Ci sono diversi elementi chiave. Innanzitutto, una startup ha successo se riesce a imparare dai propri errori il più velocemente possibile. La capacità di apprendere rapidamente, ascoltare il mercato e i clienti, validare bene le ipotesi e adattarsi è fondamentale. Serve metodo, ma serve anche una governance sana: patti legali sbagliati o mal costruiti possono distruggere un’azienda, anche se il prodotto funziona. Un altro elemento è il team. Io non credo nel founder solitario, non mi piace il one man show: reggere tutto quel peso emotivo da soli è insostenibile. Il potere va distribuito. E proprio per questo credo in persone umili, che sanno gestire il proprio ego, capaci di ascoltare, di prioritizzare, di riconoscere i propri limiti e di delegare. Man mano che l’azienda cresce, il potere deve distribuirsi, e i founder (almeno due) devono essere pronti a diventare progressivamente meno centrali. Per questo, nel nostro processo di selezione, diamo enorme importanza a elementi come la coachability, l’umiltà, il mindset di crescita e la capacità di collaborare. Preferiamo persone che vogliono imparare e costruire, piuttosto che avere sempre ragione.
La comunicazione di Mamazen si muove su più livelli: Startup Studio, founder e singole startup. Come gestite questa complessità?
All’inizio l’abbiamo gestita in modo piuttosto artigianale. Nel tempo però abbiamo capito una cosa fondamentale: noi dobbiamo comunicare in primis ai founder. Se portiamo a bordo founder forti e allineati, tutto il resto segue, dagli investitori alle performance delle startup. In una prima fase la nostra comunicazione era molto rivolta agli investitori e alla spiegazione del modello di Startup Studio, perché in Italia c’era un forte bisogno di education. Abbiamo scritto paper, libri, insieme a player internazionali e contribuito a diffondere questo approccio. Oggi quella fase è in gran parte superata. Da quest’anno la nostra comunicazione sarà principalmente rivolta ai founder, in modo molto trasparente: raccontiamo che tipo di aziende costruiamo, come le costruiamo, quali sono i pro e i contro del nostro modello. Stiamo entrando in una fase di crescita, con nuovi veicoli di investimento e le prime exit che già vediamo all’orizzonte: questo significa anche che la comunicazione non potrà più essere gestita solo da noi internamente. Dovremo affidarci a professionisti, perché a un certo punto non si può fare tutto da soli.
Guardando al 2026, quali sono i principali obiettivi di Mamazen?
Il 2026 per noi è l’anno del focus. Faremo scelte più nette e più dure: se una startup non funziona e mostra segnali chiari, smetteremo di alimentarla. È giusto concentrare le energie sulle aziende che crescono bene, invece di disperderle cercando di salvare tutto. E sono sicuro che questo approccio ci permetterà di avere più successi, attirare founder migliori e contribuire in modo più sano all’ecosistema italiano. Allo stesso tempo, saremo meno invadenti: in passato siamo stati una “mamma” molto premurosa, forse anche troppo. Ora vogliamo dare più fiducia, più libertà, perché se scegli le persone giuste puoi permetterti di farlo. Un altro obiettivo chiave è costruire startup sempre meno capital intensive e sempre più sostenibili. I founder, co-fondando con uno studio, hanno meno equity, quindi è fondamentale che non debbano affrontare infiniti round di finanziamento. Vogliamo creare aziende che stiano in piedi anche senza nuovi capitali, che generino utili, valore e lavoro. Noi facciamo business semplici, poco sexy, a volte persino noiosi, ma solidi. Non inseguiamo unicorni o round da copertina: costruiamo aziende che funzionano, che risolvono problemi reali e che possono essere vendute perché generano valore. E se non vengono vendute, continuano comunque a produrre utili. Il nostro obiettivo è che vincano tutti: founder, investitori e anche noi.