Parole d’Amore – La concentrazione dei coworking, in città
Quest’anno, dopo quattro mesi di stagione estiva, mi sono reso conto che, per tornare a relazionarmi con la metropoli, mi serviva un punto in cui lavorare al computer, vivere la quiete di uno spazio senza troppa confusione, ritrovare i lavori, le pagine web, la routine di tutti i giorni.
Così, ho pensato ai coworking.

Foto di Sara Soldano
In città ce ne sono tantissimi e io, negli anni, ne ho visitati diversi.
In alcuni ho lavorato; in altri sono stato ospite, ho fatto riunioni, sono intervenuto a eventi e vissuto feste aziendali. In uno, addirittura, nell’ultimo periodo, andavo solo per bere i caffè con gli amici che ci lavoravano (miss you!).
Questa volta cercavo, però, un posto che fosse tranquillo anche come zona, per reintrodurmi al city lifestyle gradualmente.
Così, mi è tornato in mente il primo in cui sia mai stato: lo Spazio Coworking Cowo di Milano Lambrate (che poi è l’headquarter di tutta la rete dei coworking Cowo distribuiti sul territorio nazionale).
Situato in via Ventura, si trova, praticamente, al centro del vecchio Comune, tra viette semplici e pomeriggi silenziosi. Qui, quando il vento arriva da est, si respirano, spesso, profumi di campi coltivati, rogge, alberi mossi dal vento e fiocchi di neve.
Inoltre, ricordavo che, dagli spazi aperti del cortile interno, il cielo fosse bluissimo.
Figurati se troverò posto, mi sono detto, è la sede centrale: sarà pieno che non si riesce nemmeno a entrare. Però ci provo.
Ho chiamato Massimo, il fondatore del network, e ho scoperto che, invece, wow, c’erano due scrivanie disponibili.
Sono arrivato al coworking dopo mezz’ora ed è stato bello ritrovare i suoi spazi, le pareti bianche, l’ampia vetrata, l’illuminazione totale ma con leggerezza, la cura dell’interior design, il silenzio da biblioteca e, soprattutto, la macchinetta del caffè.
“Visto che è un po’ che non ci vediamo…” ha detto lui.
“Sì, forse anni” ho fatto io.
“… [esclamazione]! Dicevo, visto che è un po’ che non ci vediamo, volevo ricordarti gli orari e le altre particolarità” ha aggiunto, aggiornandomi in pochi istanti. “Per accedere allo spazio adesso c’è un’app; il coworking, dopo il primo mese di prova, è accessibile 24/7 e, poi, ho anche un regalo per te!” ha concluso, porgendomi una copia del suo libro: Ho fatto un coworking, anzi 100.
Sono tornato a casa carichissimo e felice di aver confermato uno spazio dove, l’indomani, avrei potuto riprendere in mano tutta la mia vita da freelance: lavorare, aggiornarsi, mandare mail, fare chiamate e fatturare (beh, adesso magari corro troppo).
Mentre leggevo le pagine del libro, ritrovando l’estetica di un periodo e di un ambiente che non vivevo da tantissimo, ho considerato che, con lo spazio aperto 09-18, sarei stato via fino a sera. Così, ho comprato le cialde al super, preparato la lunch box, preso una bottiglia d’acqua, messo il cavo di alimentazione del pc nello zaino e acquistato un nuovo spazzolino da viaggio.
Il giorno dopo, mentre mi dirigevo nel mio nuovo ufficio for a while, mi sono chiesto dove avrei pranzato (magari in un parchetto?), a che ora avrei fatto pausa al pomeriggio (verso le quattro?) e se mi sarei ricordato di lavare i denti (promemoria).
Sono entrato alle 09:35: ho salutato, mi sono seduto al mio desk e ho aperto il portatile senza nemmeno togliermi la giacca, per organizzare, innanzitutto, il lavoro della giornata.
Poco dopo, quando ho alzato gli occhi dallo schermo, le ultime persone stavano andando via.
Come mai così presto? Non è nemmeno ora di pran…
Le 18:55!?!
Ecco cosa intendono, quando parlano dell’alta concentrazione dei coworking in città! mi sono detto, una volta fuori, mentre camminavo sotto il cielo bluissimo del tramonto, con le luci delle case già accese.

Michele D’Amore
Per Touchpoint News, ho scritto vari reportage e, soprattutto, una rubrica ospitata, periodicamente, sul Today. In questo numero, esco con un nuovo pezzo. Spero vi piaccia!