Profitto di Purpose

Dieci anni fa mi sono imbattuto in Simon Mainwaring e nel suo saggio “We first”.
L’ho anche incontrato personalmente, allo Strehler, invitato dall’intuitivo Sassoli in UPA, e ci sapeva davvero fare. Erano gli anni del greenwashing, delle aziende che piantavano alberi in zone brulle per mostrare di avere a cuore l’ambiente e compensare l’impatto disastroso delle loro attività. Anni nei quali l’economia stava ripartendo e la resurrezione, dopo la crisi mondiale scatenata dai mutui subprime, legittimava qualunque supercazzola.

Mainwaring parlando del purpose – e cioè del modello economico che nelle intenzioni avrebbe dovuto, da lì a poco, sostituire quello speculativo – sosteneva che sarebbe servito per fare profitto. Profitto e purpose; sembrano parole distanti, nemmeno avvicinabili dopo una lunga mediazione. Una è cinica, egoista. L’altra riguardosa e altruista. Confuso da questa idiosincrasia ho provato a trasferire nel mio lavoro questo punto di vista, approfittando della richiesta di una azienda che commercializzava prodotti in esclusiva alle partite iva: cibo, bevande e altri beni, principalmente per l’horeca. Questi signori chiedevano una campagna per festeggiare i quarant’anni della loro attività. Una cosa semplice, delle affissioni celebrative nei pressi dei punti vendita.

Non nascondo di aver pensato, okay questo è un lavoro che possiamo fare in un paio d’ore, senza tante balle, con una coppia creativa senior. Poi, un manager gentile mi ha chiesto se desideravo vedere cosa accadeva nei magazzini, come erano strutturati.  Lo seguo e comincia spiegarmi ciò che accade lì dentro: le carni sono divise per tagli e dimensioni per far sì che ogni ristoratore, per esempio, compri solo quantità corretta rispetto ai propri coperti. E così via. Tutti i prodotti erano divisi in bundle sulla base dei clienti a cui erano destinati con una sola logica: fornire a ognuno ciò di cui aveva bisogno, né più né meno, evitando con cura ogni spreco.
In quel momento ho capito perché parole così antitetiche come profitto e purpose, in realtà, potevano stare insieme, e anche molto bene.

Se permetto a un piccolo ristoratore di non avere sprechi né di prodotto, né di denaro miglioro l’attività del ristorante. Nel caso non potesse permettersi un esperto di vini e quindi – io azienda – consigliassi tramite un sommelier i vini più adeguati al tipo di cucina, migliorerei ulteriormente l’attività del ristorante. Se questo ragionamento vale, l’azienda in questione non vende solamente alle partite iva, ma si occupa delle partite iva.  È dalla loro parte, con un purpose che potrebbe essere: Perché esistiamo? Per aiutare le partite iva ad avere successo. E allora perché non pensare che questa azienda possa addirittura assoldare qualche chef famoso, invitare trenta piccoli ristoratori e fare in modo che lo chef in questione suggerisca piccoli trucchi o piatti di sicuro effetto?

L’azienda che non vende alle partite iva, ma si occupa di loro, innesta un processo di ricchezza che nulla ha a che fare con il profitto o meglio, a come siamo abituati a intenderlo: è un profitto puro, non speculativo; un profitto di purpose. Profitto che poi ritorna all’azienda in modo naturale, attraverso la riconoscente fedeltà dei clienti.

Ho stretto la mano al manager gentile per salutarlo.
Lui mi ha risuggerito col sorriso quali erano le aspettative della direzione: “mi raccomando, una bella affissione con un bel titolo grande, ad effetto, sa, qui parcheggiano tutti..: 40 anni insieme o una cosa del genere, i creativi siete voi…”
Dentro di me – quel castello che piano piano prendeva la forma di una campagna di purpose che mettesse in evidenza tutto ciò che mi era arrivato addosso, che era già lì e andava solo raccontato, generando una sana catena di ricchezza – si è afflosciato.
Il purpose per me è questo: mirare a migliorare le cose, avendo ben chiaro che non si tratti di beneficenza o pose, ma di qualcosa che genera profitto.
E anche tanto, a saperlo fare bene.
Ora pensiamo a quante cose in Italia dovremo migliorare.
Fossimo scaltri, diventeremmo tutti ricchi.

Questo articolo in anteprima anticipa il nuovo numero di Touchpoint Magazine con all’interno un ampio dossier sulla purpose strategy